Circola da qualche giorno, non smentita, la notizia che Fabrizio Corona starebbe per salire ad Arcore per vagliare con Silvio Berlusconi – da leader a leader – i suoi progetti politici. Intenderebbe fondare "un nuovo partito di destra", mettendo al servizio del capo dell´opposizione la sua fresca popolarità giudiziaria. Popolarità che nella piccola Bisanzio meneghina dove egli vive (corso Como e le sue traverse) gli ha già fruttato qualche applauso da marciapiede, e un lancio benefico di mutande dal suo davanzale di casa.
Nel paesaggio antropologico italiano, l´idea di un vertice Berlusconi-Corona ha questo di terribile: che è perfettamente plausibile. Fotografa gli incubi peggiori dei benpensanti di sinistra (come chi scrive), convinti in cuor loro che lo sfascio cerebrale del Paese ancora non abbia partorito tutti i suoi mostri. E il guaio è che niente come l´espressione del nostro sconcerto vale ad attizzare la fantasia sfrenata dei Corona: oramai ci basta mormorare a bassa voce "oddio, questo no, non può essere…", e subito qualche frondista o qualche esteta del nuovo nichilismo provvede ad accontentarci, godendo un sacco del nostro naso torto, della nostra tristezza imputabile – secondo loro – non allo spettacolo in onda, ma al carattere mesto di chi non lo gradisce.
È l´ombrello di Altan: che esiste, a pensarci bene, solo perché ancora esistono terga vulnerabili. Non per caso, da anni, è opinione molto diffusa, nella destra dolcevitosa e sui suoi giornali, che il problema non sia l´ombrello, ma le terga: il problema non è l´immoralità, è il moralismo di chi si impanca a definirla tale. Dall´elogio di Previti (già incassato) all´elogio di Corona (siamo pronti), dal conflitto d´interessi presentato come monomania di una casta di bacchettoni al profluvio di merda televisiva imputato alle narici troppo sensibili di chi sente puzza, il gioco dei ruoli è ormai consolidato: chi si offende è perduto, è il vecchio testimone imborghesito di una cultura occhiuta e impicciona, che niente capisce delle pulsioni rapinose e vitali di tronisti e viveur, faccendieri e cortigiane, un tempo (da Pitigrilli a Paparazzo, quello vero) colorite frattaglie del ventre nazionale, oggi, grazie alla televisione, divenuti un nuovo ceto così coeso, e sdoganato, da far saltare in mente a un tenentino del gossip come Corona di nominarsi generale. E raccogliere sotto le sue insegne quella vibrante gioventù che bivacca ai margini dei palinsesti, e spinge per entrare, e non si capacita dei pochi gettoni fin lì racimolati quando basta, per dire, vendere (a una rete Mediaset) le immagini rubate della propria separazione, e della propria ex moglie in ambasce, come ha fatto il leader Corona, per diventare ricchi, ricchi a palate, come è obbligatorio che sia, come è impensabile, intollerabile che non sia. O ricchi o morti. O famosi o indegni.
Ma davvero per questo si è "di destra", oggi? Perché tra sé e i quattrini facili, tra sé e il successo, non si tollerano più gli scalini della fatica o lo scalone del talento? Ma non era la destra, fino a prima di Berlusconi e del berlusconismo, la prima teorizzatrice del dovere, delle leggi e delle gerarchie? La destra legalitaria dei padri liberali e monarchici, quella di Ambrosoli e di Borsellino (fatti fuori entrambi, e si capisce), che predicava onestà e pazienza, merito e rispetto? Che cosa è successo, negli ultimi vent´anni, in questo Paese, se un giovane furbo di Milano, neanche stilista, neanche designer o procuratore d´affari o trafficante di bond, può definirsi "di destra" e bussare alla porta di Berlusconi, senza che nessuno, a destra, si scandalizzi e manifesti il suo disgusto? Senza che Berlusconi, che pure rappresenta anche un sacco di persone per bene, non senta la necessità di mobilitare il suo esercito di portavoce e opinionisti per smentire decisamente di avere qualcosa a che fare con un arnese del genere?
Forse il problema è che nessuno si è accorto che l´ombrello di Altan bussa a tutte le porte. La presunta puzza sotto il naso dell´establishment intellettuale di sinistra è uno spettacolo che entusiasma la nuova destra sbarazzina, convinta che la disinvoltura etica sia una trovata spiritosa, destra come destrezza nell´adeguarsi ai tempi che corrono, agilità mentale contro la mentalità ottusa della vecchia sinistra barbogia. Ma i Corona lavorano solo per se stessi. Quando saltano le chiuse, saltano per tutti, a destra e a sinistra. E trovarsi a convivere con una smania decerebrata di successo, un carrierismo patologico, un cinismo sconfinato e feroce, farà del male a tutti. Ha già fatto del male a tutti, non alle due Italie, ma a un paese intero.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>