Ci voleva la mano di cinquecento bambini per dirci che la storia dell’orrore non ha tempo né luogo. È un pozzo universale dove cadono le vittime dei massacri, unite dalla stessa catena. Dai villaggi del Darfur a quelli della Bosnia, dagli accampamenti degli indiani d’America alle città sudamericane saccheggiate dai conquistadores, la stessa linea di sangue e un unico tratto di matita. Metti che i disegni consegnati come materiale probatorio dalla Corte internazionale di giustizia fossero finiti sulla scrivania di qualcuno chiamato a interpretarli senza conoscerne la provenienza, che cosa avrebbe potuto dedurne? Che siamo davanti all’ennesimo capitolo troppe volte già affrontato e solo a parole superato. È accaduto qualcosa di terribile (‟morte” ‟morti”, scrivono in didascalia sotto i cadaveri). Le vittime abitavano in villaggi, in case semplici come la vita che conducevano. I massacratori venivano dalla città. Le prime si muovevano a piedi. I secondi avevano quanto meno cavalli, ma anche veicoli a motore, carri armati, elicotteri, addirittura aerei per quanto dagli allegri colori. Le une, se reagivano, lo facevano tirando frecce dagli archi. Gli altri disponevano di armi tecnologicamente avanzate. E, ah sì, inevitabilmente, gli aggressori avevano la pelle più chiara, gli aggrediti la pelle scura. Sono rispettate in pieno le condizioni di base del massacro modello. Ma ci sono anche le modalità ulteriori. Un disegno mostra un edificio le cui porte sono sprangate (benchè da ingenui lucchetti), probabilmente dopo averci rinchiuso dentro centinaia di persone e in attesa della spianata dei bulldozer, come accadeva durante il conflitto etnico in Ruanda. Un altro, l’elicottero che uccide dal cielo, come in Vietnam, dove era ‟piacevole l’odore del napalm al mattino”. In un terzo il fiume trascina i cadaveri, come avveniva negli insediamenti dei pellerossa spazzati via dai soldati con la giubba. I massacratori si portano via le donne come bottino di guerra, torturano i bambini, decapitano i morti. Come in Bosnia. E altrove. Questa dei bambini del Darfur è veramente una galleria universale. Lo specifico è dato soltanto dai tetti di paglia delle capanne, dalla pancia gonfia di donne e bambini denutriti, dalle scritte d’accompagnamento, che qualcuno ha tracciato in arabo, altri in francese. O forse c’è anche qualcosa di più e d’altro, ma noi non siamo in grado di accorgercene perché a quel che accadeva in Sudan abbiamo prestato un occhio disattento, appena distraendoci dall’Iraq o da Gaza (a essere ottimisti e a non dire da Corona e Ricucci), quando il grido di dolore veniva levato non tanto dagli orfani, quanto da Angelina Jolie (per i più coscienziosi, anche da Emma Bonino). A ben pensarci, la sensazione di orrore più profonda che questi disegni comunicano è proprio la nostra capacità di riconoscervi qualcosa che abbiamo già visto altrove e con questo abbassare la nostra soglia d’attenzione e di ribrezzo. Gli analoghi disegni dei bambini americani dopo l’11 settembre ci stupivano perché ci riproponevano qualcosa di inedito e (forse, speriamo) irripetibile. E perché ci trasmettevano la loro forza di reazione (Superman ferma gli aerei prima che arrivino alle Torri) derivante dalla mancanza nel Dna di ogni precedente trauma da massacro. Questi disegni ci raccontano qualcosa che conosciamo e che in fondo, cinicamente, pensiamo sia inevitabile debba ripetersi, in luoghi lontani dai nostri riflettori e dai nostri interessi economici. Sono una prova, non solo di quanto accaduto nel Darfur, ma anche della nostra indifferenza passata e futura.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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