Da Franz Kafka a Fabrizio Corona in ventiquattr’ore. Sola andata. Non si riesce più a restare seri neppure di fronte a un omicidio. Lo zio della vittima cita l’autore mitteleuropeo (‟qui farebbe la figura del dilettante”) e il giorno dopo sul luogo del delitto arriva il professionista del ridicolo. La sua presenza segnala il definitivo passaggio del ‟giallo di provincia” dalla categoria nobile della letteratura a quella del reality, un genere che è tramontato in tv perché si è trasferito dove gli compete fin dal nome: nella realtà. Gli ultimi casi di cronaca nera ne sono la prova. L’assassinio è, nella creazione dell’interesse popolare, un fatto secondario. Precede l’inizio dello spettacolo, di cui è il pretesto. Ne accadono, in fondo, tanti, ma solo alcuni diventano da prima serata. Un tempo era determinante la figura della vittima. A Cogne ha fatto audience, all’inizio, il bambino. A Erba già non contava più. Come si chiamava? Quanto al colpevole, rileva se è potenziale, se può dividere il Paese in due: innocentisti e colpevolisti, ovviamente scegliendo in base al proprio giudizio politico sull’operato dei magistrati e alludendo con questo a vicende di altro genere. Ma già ad Erba i rei confessi, i coniugi Romano, fisicamente inadatti al prime time (lontani anni luce dai sinistri splendori di un Pietro Maso o una Katarina Miroslawa), sono stati oscurati appena possibile. Il reality nero ha bisogno di più partecipanti, personaggi laterali da nominare come potenziali assassini e poi, eventualmente, scagionare. Ed esige che siano attraenti. Alla fine, il vero protagonista del massacro di Erba rimarrà Azouz, il vedovo prima demonizzato, poi santificato, infine apparso al funerale con una maglietta dell’agenzia di Corona. Qui il cerchio si chiude: Corona arriva a Garlasco con il suo compasso da rabdomante della smania esistenziale (che significa smania di apparire, da Jean Paul Sartre a Lele Mora, anche lì senza ritorno). Inscrive i prescelti in una circonferenza che è la stessa un tempo disegnata dai cameramen con il gesso sul pavimento dello studio per i personaggi da inquadrare. Dentro ci sono le cugine della vittima, le gemelline in rosso, assurte a vere protagoniste di questa storia. Almeno Eva Mikula, compagna di un killer della Uno bianca, incarnava la figura classica di ‟donna del gangster” l’interesse per lei era comprensibile, oltrechè di un qualche rilievo giudiziario. Ma le cugine della vittima? Trasferite questo delitto in un’altra epoca o in un diverso Paese. Passano davanti alle telecamere e ai taccuini due ragazzine. Voi chi siete? Le cugine della vittima. Non le intervista nessuno. Invece qui e ora le facce carine, i vestiti rossi (se erano rosa cambiava molto), questa faccenda un po’perversa e un po’sciocca del fotomontaggio le hanno portate alla nomination. Un reato di sicuro l’hanno commesso: hanno rubato la scena alla morta. Gli inquirenti interrogano per nove ore l’indagato. Sì, ma le gemelline, intanto, che cosa facevano? L’indagine è solo una sottostoria. Chi la conduce rileva, di nuovo, soltanto se ha una faccia da pettegolezzo, tipo il giudice Woodcock, quello che arrivava in moto e faceva footing con la telegiornalista. Quello che è stato definito un ‟talebano”. Da chi? Da Fabrizio Corona. Il cerchio si richiude. E non si riapre più. Ci siamo tutti e dentro. Viviamo e moriamo nel Paese di Corona. Nemmeno il sangue ci lava da questa condanna. Ti ammazzano a martellate, ti seppelliscono con l’omelia prestampata del parroco. E la cosa peggiore non è che, quasi sempre, chi ti ha ucciso piangeva al tuo funerale. è che il giorno dopo sulla tua tomba si accampa la compagnia itinerante del Circo Italia. I suoi componenti senza qualità sognano il delitto perfetto. Che non è un omicidio impossibile da attribuire. Che può avvenire dovunque, con qualsiasi modalità e ogni tipo di vittima. Quel che conta è che, come in un super reality, il cast sia il meglio delle passate edizioni: il giudice Woodcock, il criminologo Bruno, la sensitiva che trovò un cadavere nel lago, Azouz, le gemelline di Garlasco, la mamma di Cogne, il padre del piccolo Tommy, Gigliola Guerinoni, don Gelmini, l’avvocato Taormina (ma quando arriva a Garlasco?) e, va da sè, Fabrizio Corona.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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