Sono tornato dopo ormai dieci anni a Fossola.Certe leggende sognanti dicono che fu scambiata a lungo per l’ultima terra prima dell’Oceano, il grande fiume alla fine del mondo. Ma anche se è solo una fenditura nella falesia che inabissa la costa dell’Estremo Levante, è uno dei luoghi propriamente magici della Liguria, un’enclave ben custodita dai boschi e dai precipizi di quella parte delle Cinque Terre ancora per fortuna ignote ai turisti sporcaccioni.Fossola è una vigna di strette piane coltivate su una frana a precipizio nel mare, ed è il villaggio stagionale, fatto di cantine di pietra poggiate sulla sabbia, dove i contadini tengono i tini, gli attrezzi e una branda per dormire quando è troppo tardi per tornare a casa. Ogni cantina ha un terrazzino per essiccare l'uva dello sciacchetrà. Fossola non è dunque un borgo, ma la pertinenza marina degli abitanti di Biassa, che ancora continuano a tenere le loro piane con un orgoglio e una dedizione che dice qualcosa del loro ben noto robusto carattere. Vendemmiano ancora salendo e scendendo per mille gradini con le corbe sulle spalle, e solo da poco c'è una strada sterrata che ci arriva abbastanza vicino; da sempre a Fossola si arriva da Biassa per una splendida mulattiera, ancora ben tenuta perché ancora molto usata. Per quello che ne sapevo io a Fossola non c'era né luce né acqua, se non quella delle lampade ad acetilene e quella piovana raccolta nelle cisterne. Per questa ragione, per la durezza dello splendore di Fossola, rari sono i forestieri che hanno avuto il coraggio di comprare una cantina e di venire a trascorrere lì giorni selvaggi. Tornandoci per San Lorenzo ho trovato luce elettrica e acqua di condotta. È un bene, perché quelli di Fossola possono lavorare e viverci meglio durante i mestieri della vigna. È pure un bene per chi volesse vendere la cantina che così servita vale dieci volte di più. È pure un male. Lo è perché uscendo dal bosco e affacciandoti su quella meraviglia ciò che per prima cosa ti colpisce è la corruzione della sua unicità, la violazione della sua bellezza. Tutto il panorama è segnato dalla teoria dei pali della luce, mentre i tuoi piedi inciampano nel serpente nero della condotta dell'acqua. È come se avessero messo un elettrodotto lungo i gradoni della piramide di Cheophe, i tubi dell'acqua sui cornicioni del Colosseo. È esattamente la stessa cosa, perché il valore - non immobiliare, ma paesaggistico, culturale, storico - di Fossola è altrettanto inestimabile. Non sarà un caso che appartiene a un territorio decretato patrimonio dell'umanità. Passi per i tubi dell'acqua, che comunque sono a terra e non nel cielo, e sono disposto a immaginare che quella condotta se la siano fatta i contadini con le loro mani, ma i pali della luce? Quelli appartengono a una specialità tutta italiana: il nostro è il Paese dove non uno - dicasi uno - dei suoi innumerevoli stupendi paesaggi non sia segnato dal passaggio di un elettrodotto. Dove all'Enel non gliene frega niente della bellezza e men che meno della sua salvaguardia. Parchi o non parchi. Si dice che costa troppo interrare i cavi elettrici, ma cosa è"troppo"? Quale cifra è"troppo" per conservare la piramide di Cheophe? Quando il valore di un paesaggio unico - ripeto, non valore speculativo - è inferiore alla spesa necessaria per salvaguardarlo? I contadini possono anche pensare innanzitutto ai propri bisogni, ma non ci sono enti, movimenti, autorità, partiti, che si sono dati l'impegno della tutela e dell'educazione ambientale e del contrasto alla deturpazione? Non esiste in questo Paese autorità in grado di contrastare un'impresa? E mi sovviene che non ho mai visto un parlamentare dei Verdi, né un presidente di parco, né un segretario di associazione ambientalista incatenato a un traliccio, a digiunare sotto un elettrodotto. Magari funziona, no? E ho così la frustrante impressione che, qui da noi e solo qui da noi, i politici dell'ambiente, quelli che in suo nome prendono voti e incarichi, abbiano lo sguardo sempre più alto delle quotidiane brutture e delle locali nefandezze. Immersi nell'empireo cielo delle grandi battaglie, quelle che non si vincono e non si perdono mai, quelle che garantiscono una rendita politica eterna.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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