Chissà se il ministro Mastella andava al cinema da giovanotto, chissà che film vedeva. Ma certamente al cinema andavano volentieri il ministro Rutelli, il signor Bertinotti, il signor Marini e moltissimi altri uomini di governo e di potere che oggi danno mostra di non ricordare un film che hanno certamente visto. Un film molto importante, da tre premi Oscar, molto discussi: Quinto Potere,The Network in originale, regista Sidney Lumet, anno 1976. Ah, già, è vero, adesso mi ricordo, forse dirà qualcuno tra loro; ma è probabile nemmeno la rimembranza serva ancora a qualcosa. Il film narra la vicenda di un famoso commentatore televisivo, di acuta intelligenza e sensibilità, che decide di farla finita con l’ipocrisia del medium, con la insipida zuppetta delle notizie edulcorate, con lo squallore del servilismo verso i poteri, e con grande coraggio inizia un nuovo ciclo di coraggiosi, beffardi, irriverenti, ma veritieri, commenti. Lo fa una sera, quando si spoglia del suo compassato aplomb e inizia il suo commento con la memorabile frase gridata con tutto il suo cuore e la sua rabbia: ‟Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporto più”.
E di seguito la prima di una sterminata serie di verità sempre celate, di denuncemai dispiegate. In breve tempo il programma dell’anchorman, dato per spacciato dai sapientoni dell’audience e considerato una stupida zecca dai politici, diventa il più seguito dell’emittente televisiva. L’uomo non è più un semplice commentatore, ma un vero capopopolo. Ora, quando innalza al cielo il suo grido di rabbia milioni di persone gridano all’unisono con lui. Sono cittadini, sono il nerbo della Nazione: tassisti, casalinghe, insegnanti,fattorini, professionisti, operai. Tutti sono incazzati neri e non intendono tollerare più tutto questo. Quel grido travolge con la forza della sua rabbia, con l’inarrestabile onda d’urto della sua ostinazione. Il film però non finisce bene, non per il commentatore, perché è un film sulla fragilità umana e sul potere della televisione; e la televisione, vuole comunicarci il regista, è più forte di ogni ragione e di ogni intenzione.
Sono sicuro che anche Beppe Grillo ha visto questo film,forse anche più di una volta, e non se l’è dimenticato, non lui. Fare un parallelo tra lui e il suo popolo e l’anchorman con il suo è fin troppo facile; le coincidenze sono straordinarie e sconcertanti. E sono certo che, conoscendo come va a finire il film,Grillo è ben intenzionato ad evitare unfinale simile. Del resto Grillo non è un uomo fragile e il suo territorio è internet; e internet non è la dittatoriale televisione, ma un medium molto più aperto e democratico, e lo resterà ancora per un bel po’. Nel film di Sidney Lumet i cittadini finiranno per abbandonare il loro profeta perché aprire lafinestra e mettersi a urlare il loro civico dolore non può che appagarli al momento; poi hanno bisogno di agire, che la loro rabbia si trasformi in azione e l’azione in un mutamento. I cittadini non sono né stupidi né giocherelloni perditempo;i cittadini non sono‟la gente”nell’accezione che è in voga. L’anchorman non sa cos’altro fare se non parlare e imprecare, Grillo ha idee molto pratiche. Infatti domenica scorsa molti cittadini erano per strada e non solo per gridare il loro ‟vaffa”, ma per agire.
Una proposta di legge popolare è una azione civica. Direi che una legge di iniziativa popolare è quanto di più alto in fatto di partecipazione di base alla politica. Domenica scorsa non ho aggiunto la mia a 300.000 firme di cittadini solo perché là dov’ero non c’era posto per farlo. Non condivido tutto di quella proposta di legge, ma abbastanza per esserne contento. Non amo di amore cieco Beppe Grillo, ma l’amore non è sempre necessario; del resto chi e quando mi ha mai invitato a proporre qualcosa e ad ascoltare quello che proponevo? Nessuno; e questa è una delle ragioni per cui ‟sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporto più”. Lo sono a tal punto incazzato che non mi interessa più sapere se il ministro Mastella era a Monza in visita di stato e dunque autorizzato a viaggiare con la famiglia sul jet da nababbi che gli ho pagato io; sono così nero che io il ministro Mastella lo voglio vedere andare a Monza sullo stesso vagone lercio e schifoso con cui io vado a curarmi il cancro.
Mi dispiace ma questo è quanto. Sì, questi anni mi hanno imbarbarito. È probabile che la mia coscienza politica sia regredita, la mia matura ragionevolezza andata a farsi fottere. Già, ma in coscienza non riesco a farmene una colpa. Non sono nato barbaro; mi ci hanno fatto diventare. Avrei voluto essere altro,ma mentre io mi penso cittadino loro mi chiamano ‟gente”. Loro. Non ne ricordo neppure il nome e il cognome se non faccio uno sforzo. E tutto questo era in un film di 30 anni fa. Quello finito male per l’eroe del momento, questo vedremo per chi.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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