Nella notte tra giovedì e venerdì, notte dell'equinozio autunnale, ho fatto un sogno politico, per la prima volta nella mia vita. Questo dice qualcosa sulla gravità della situazione, la mia personale intendo, e forse di quella generale. Mai, mai, anche nei momenti più bui della storia repubblicana, avevo derogato dai miei sogni infantilmente erotici, confortanti e lenitivi. Ma giovedì notte ho sognato quanto segue. Ero al congresso del Partito democratico - che nel sogno si stava svolgendo nella vecchia sede del Pci - accoccolato per terra essendo tutti i posti a sedere occupati; alle mie spalle ci sono diversi giovani, anche loro accomodati sul pavimento.
Vengo chiamato a parlare, ma non riesco neppure ad alzarmi: sono confuso, non mi viene in mente niente da dire, se non balbettii privi di senso. Mentre mi sto arrovellando per cercare il modo di tagliare la corda onorevolmente, sento alle mie spalle grida e trambusto: sono i ragazzi. Quei ragazzi sono letteralmente presi d’assalto dai funzionari del congresso che li stanno strattonando e malmenando perché si alzino e vadano a parlare sul palco. Loro non ne vogliono sapere e resistono. In questo stato è dunque ridotto il mio inconscio, che perverte l’onesto lavoro onirico in una non richiesta proposta di editoriale politico. Avendo somma sfiducia nelle capacità della mia intelligenza cosciente, ha tralasciato le complesse allegorie oniriche per svolgere un racconto che non richiede nessuno sforzo interpretativo. Cosa penso dunque mentre dormo? Penso che la sinistra non ha più il problema di comunicare con i suoi simpatizzanti, il suo popolo, come dicono. Se c’è una cosa che oggi i suoi dirigenti politici ardono dal desiderio di fare è proprio questa. Ma la sinistra ha un problema nuovo: è il suo popolo, adesso, che si rifiuta di comunicare. Che non trova più niente da dire, che non è interessato a dire alcunché, e si rifiuta alla comunicazione. Lo penso di notte e lo credo di giorno. E se nel sonno penso alla sinistra, perché è lì che il mio dente duole, da sveglio credo che non sia un problema solo suo. E quando il popolo, e il popolo sono i cittadini, decide di non aver più niente da dire ai loro politici, ‟mai de pezo”, come diceva mia nonna Anita. Non c’è niente di peggio e di più pericoloso del rifiuto muto. È meglio persino il ‟vaffa”, anche se è il livello più basso possibile della comunicazione. Rimane pur sempre uno spiraglio, un’opportunità. Lo sanno benissimo le coppie in crisi; a un ‟vaffa” ci si può aggrappare, disperatamente, per un ultimo tentativo,ma il silenzio è irreparabile. Per questo, un’altra cosa a cui credo è che il signor Beppe Grillo–che lui lo voglia o no, lo pensi o non lo pensi sia un’opportunità, una minima estrema opportunità, data alla politica; e forse anche ai politici. Anche se questi non lo capiscono e non lo capiranno, temo, perché privi degli strumenti intellettuali, dell’elasticità di pensiero, per capire. La classe dirigente politica è stata selezionata per partenogenesi,usando i resti di una cultura, gli avanzi dell’epoca chel’ha generata. Alle ultime elezioni si è votata addirittura da sola, essendo i cittadini impediti a scegliere gli uomini, e le poche donne, da eleggere.
Non credo affatto che il Parlamento sia formato da una ghenga di ladri e debosciati, ma di inadatti e poco adatti e raramente adatti ad affrontare il‟ vaffa”dei cittadini sì. E affrontare il silenzio sarà per loro al di sopra di qualunque sforzo di volontà. Il silenzio è mortale anche se appare del tutto inerte e per niente aggressivo. Il signor Grillo propone ai cittadini di mostrare il culo ai politici, ma se i cittadini si rifiutano persino a questo infimo gesto di considerazione, non sarà per educazione, ma per noncuranza ancor più definitiva. Il Senato di Roma si è riunito e ha legiferato almeno per un secolo ancora dopo che nessuno nell’Impero stava più a sentire i suoi banditori. È così che è finito. E c’è forse qualcosa di peggio del fascismo per maledire un’epoca nella storia di una nazionee di un popolo: il definitivo disfacimento della relazione tra Senato e Cittadini. Non a caso Roma legiferava con la formula: senatus populusque romanus. Il senato con il popolo di Roma. Non sono ispirato, non sogno profezie,ma solo quello che di giorno non digerisco. Non mi piace finire la mia vita di cittadino in silenzio, ma quando finalmente chi ho implorato per una vita di ascoltarmi mi chiede di parlare, non riesco a fare altro che biascicare scuse per starmene zitto.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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