Cosa ci resterà della Birmania, o del Myanmar, quando tra qualche settimana, tra qualche mese tutto sarà finito? Perché finirà, in un modo o nell’altro, ci sarà una soluzione, di un tipo o dell’altro. E naturalmente le cose prenderanno la loro piega senza che noi, in questi giorni così emozionati, così trepidanti, avremo anche solo mosso un dito perché quella piega prendesse il verso giusto, quello che ci appare così evidentemente giusto. E siccome vorrei evitare dimettermi a predicare, correggo quanto detto al singolare: cosami resterà?A me. A parte una figurina che aggiungerò alla galleria delle figurine con cui ho sistemato e archiviato la storia del mondo così come l’ho conosciuto e vissuto. Immagini del Sud Africa, del Vietnam, di Tien An Men, di Praga… Ciascuna con la sua didascalia perché il tempo che inesorabilmente ne cancella la vividezza non mi porti a confondere luoghi e sentimenti. Conserverò gelosamente di questi giorni la figurina del fotografo giapponese mentre sta per morire, perché ancora oggi i media non sono soltanto compilati da frequentatori di hall di hotel; e ancora più cara terrò l'immagine del monaco che rovescia la sua scodella delle elemosine. L'uomo che con quel gesto dice: non vivrò grazie a te, non mangerò del tuo pane, non ti concedo di ingraziarti la mia pietà; morirò per questo perché non posso più vivere di voi che "tritate il mio popolo, calpestate la faccia dei poveri" (Isaia 3,15, ai principi di Israele, perché tutto il mondo è paese e la storia è sempre la stessa). Ritaglierò queste immagini, le incollerò nell'album che ha ancora per fortuna un bel po' di pagine disponibili per i prossimi rimarchevoli avvenimenti dell'umanità. Tutto qui? E che altro potrei fare? Potrei imparare, potrei trarre delle conclusioni per me, per la mia vita. Un tempo imparavo da ciò che accadeva, la storia degli uomini comprometteva la mia storia. Oggi non so proprio se riuscirei a prendere la mia scodella e capovolgerla. Imparare la grande lezione che sommessamente i monaci di Myanmar hanno messo là davanti ai miei occhi, perché io vedessi e ne traessi le debite conclusioni. Non è complicato aver chiara la situazione, né trarre le conclusioni la cosa veramente difficile. Quegli uomini e quelle donne si sono assunti una responsabilità molto grande; e ciò che la storia sempre chiede alle elites, alle avanguardie, alle classi dirigenti; la coscienza delle cose richiede assunzione di responsabilità e questa richiede azioni conseguenti. Semplice. E io? Io sono elite, godo del grande privilegio di chi può dedicare il suo tempo alla conoscenza; colui che è chiamato intellettuale. Appartengo a un gruppo sociale - se ci penso su bene potrei dire persino a una casta - che usufruisce di grandi libertà, e tra le massime quella di poter usare la mia voce e farmi ascoltare. Ho avuto in gratuito dono una voce adatta e parole giuste. E le uso da anni, da decenni. Predico le malefatte dei principi e mi assumo la responsabilità delle mie parole. Ma ciò che mi è chiesto è molto di più. In questo Paese dove, grazie a Dio e alla Costituzione, non correrei mai il rischio, che in Myanmar è certezza, di dover pagare con il mio sangue o con la libertà della mia persona, dovrei trarre la logica e univoca conseguenza: capovolgere la mia scodella. Non mangerò del vostro, non vivrò di ciò che mi elemosinate. Allora avrei svolto correttamente il mio compito, ciò che la comunità di chi non ha voce ha diritto di chiedermi in cambio dei privilegi che mi accorda, primo quello di starmi ad ascoltare. Qui da noi non ci si chiede neppure pi� quale sia il ruolo degli intellettuali, tanto è ormai evidente la loro ritrosia quando si tratta di assumersi l'onere delle conseguenze; è più facile che ci si chieda quale sia il ruolo dei comici, e questo dice pure qualcosa. Ma se mai questa domanda fosse posta per una volta ancora, la risposta è così semplice che non basta neppure l'opera omnia di San Tommaso per trovare le parole per confutarla.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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