L’Italia è l’unico paese al mondo, quante volte è stato scritto in negativo? Bene, l’Italia è da ieri anche l’unico paese d’Europa dove milioni di elettori, iscritti o non iscritti, possono scegliere il leader di un grande partito.
L’unico del mondo dove milioni di operai sono chiamati a votare un accordo col governo. Una pessima politica spettacolo ha saputo offrire in pochi giorni due spettacoli di autentica democrazia. Non si tratta, è chiaro, di prendere le difese di una classe dirigente che, secondo una vignetta di Altan, si manda benissimo a quel paese da sola. Piuttosto di trovare una via d’uscita alla furibonda colluttazione fra mala politica e antipolitica che ha avvelenato l’ultimo anno.
I tre milioni e mezzo di elettori delle primarie hanno affidato a Walter Veltroni una missione e un’occasione straordinarie. Per la prima volta, da anni, la politica europea guarda all’Italia con rispetto e con speranza, come al laboratorio di una nuova stagione.
Per la prima volta la sinistra italiana ha la possibilità di balzare dalla retroguardia del riformismo europeo, dove l’avevano confinato prima l’egemonia comunista, poi l’avventura craxiana e infine le ambiguità del centrosinistra, a un ruolo guida nella sinistra continentale.
Questi passaggi di solito non offrono alternative: o finiscono molto bene o malissimo. È quasi una legge meccanica. Quando un processo è avviato e mette in moto forze, energie, partecipazione, o si traduce in fatti positivi oppure si rovescia in furia distruttiva. È già successo in fondo con le altre primarie, quelle che avevano incoronato Romano Prodi leader dell’Unione. Con un carico di speranze di cambiamento largamente disattese dall’eccesso di realpolitik della maggioranza e quindi confluite a ingrossare il mare dello scontento antipolitico.
Il primo effetto del voto di domenica è che per il governo Prodi è finita la stagione del ‟tira a campare”. A chiarirlo subito è stato il discorso del vincitore, Veltroni, con la richiesta di ‟discontinuità” rispetto al passato. Un modo un po’ politichese per dire che il governo deve cambiare registro e alla svelta. L’ideale sarebbe che domani stesso Romano Prodi annunciasse il dimezzamento dei ministri e dei sottosegretari, magari all’insegna del largo ai giovani e alle donne, con in più una bella accelerata sulle riforme costituzionali e un deciso ritorno all’agenda dei problemi reali del Paese, non limitati al solo debito pubblico. Ora, è difficile che questo accada in una politica equamente ripartita fra tanti Don Abbondio e altrettanti Don Rodrigo. Ma se la maggioranza non saprà intercettare almeno in parte l’ultimo avviso del 14 ottobre, dovrà rassegnarsi in breve a compiere il fatidico passo dal tirare a campare al tirare le cuoia, come diceva Andreotti.
L’altro effetto delle primarie democratiche, in genere positivo non soltanto per la politica ma per l’intera società, è l’aver riportato all’ordine del giorno il tema di gran lunga più rimosso nella vita pubblica: il futuro. Dimenticare il futuro è il primo segnale del declino. Veltroni forse esagera nel non voler mai nominare il suo avversario. Ma è vero che il risultato peggiore della lunga stagione berlusconiana, pure verniciata di modernismo, è stato alla fine d’aver inchiodato l’Italia a un passato che non passa mai, gravido di antichi odi ideologici. D’altra parte anche al centrosinistra è mancato uno sguardo aperto e creativo sul futuro, nell’urgenza di dover sempre fare i conti, non solo metaforici, con il passato.
La scommessa di Veltroni e del nuovo partito è tornare a impugnare questa bandiera storica della sinistra, riportare il futuro al centro dei pensieri e dell’agire politico. In ogni campo, l’economia e i diritti civili, il lavoro e l’ambiente, la sicurezza. Così come è avvenuto con le primarie, vera ‟discontinuità” rispetto alla vecchia politica. Su questa strada il Partito Democratico può intercettare molti consensi e rovesciare i sondaggi. Altrimenti dovrà rassegnarsi a riconsegnare le chiavi di Palazzo Chigi a un Berlusconi settantenne, circondato da un’anziana corte di decrepiti miracoli.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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