Il diavolo, effettivamente, veste Prada. E indossa occhiali senza montatura, sciarpe colorate, pulloverini pastello. Ha sguardi innocenti, fa giochi stupidi, suona il reggae. Per questo, ci frega a tutti: non lo riconosciamo mai. Facciamo appena in tempo a proclamare la rivincita della fisiognomica guardando la foto del romeno violentatore e assassino di Tor di Quinto, con il suo sguardo torvo, i baffi spioventi, la maglia sfilacciata, quand’ecco apparire le foto dei multietnici (Italia, America e Africa complici) violentatori e assassini di Perugia. La reazione istintiva è: ma come, questi qui? Sulla faccia angelica dell’americana, quella perbene dell’italiano e quella di uno che suona il reggae e niente più dell’africano.
Tradiscono ogni aspettativa e indizio. Questi con il delitto possono al massimo giocare, come fanno, in altre foto pubblicate nell’universale delirio di autorappresentazione che chiamiamo blog. Dove brandiscono mannaie per scherzo, mostrano il dito medio a se stessi e a due asciugamani, evocano la morte come costume da Halloween.
Guardiamo le loro immagini, proviamo a incasellarle nella soluzione del giallo di Perugia e non si incastrano. Perché siamo noi a maneggiare in modo maldestro le tessere del mosaico, è la nostra mente che ci tradisce, impedendoci di capire. Già molti faticano a salire il primo gradino, preliminare dell’omicidio, quello del rapporto sessuale multiplo, al quale la vittima si sarebbe sottratta, scatenando la reazione violenta. La sessualità di ciascuno di noi, autore e lettori di questo pezzo inclusi, è il più imprevedibile dei viaggi. Più che ingenuo è semplicemente sbagliato pensare che per concepire e mettere in atto rapporti multipli occorrano facce da pornostar o da carcerati. Nelle serie televisive americane, che assomigliano alla vita più di ogni altra rappresentazione, lo fanno, appunto, gli studenti di buona famiglia, con le facce carine, il blog e l’amico che suona il reggae.
Qualche volta quei bravi ragazzi diventano anche assassini.
Come Pietro Maso, Luigi Chiatti, Erika, o questi studenti fuori sede. È spaventoso, pensiamo. Ci spaventa che il Male non abbia un appropriato dress code, una riconoscibile immagine, un codice già decifrato. Che possa essere dovunque e chiunque. Continuiamo a depistarci da soli.
Poiché la vittima era stata sgozzata e le sue parti intime ricoperte si è convocata una studiosa di Medio Oriente e Islam per cercare un assassino con quelle esotiche radici.
Veniva invece da Bari. Dall’America. Dall’Africa dove Dio si è ammalato. È una storia che si ripete. A ogni delitto la ricerca parte puntando lontano, poi si conclude guardandosi i piedi. Certo, capita che il colpevole sia il nomade straniero, ma più spesso è il vicino di casa, la coinquilina, l’ex marito, la mamma. Sono tutti gialli in una stanza chiusa. E non perché abbiano una trama dallo svolgimento classico, ma perché accadono in uno spazio ristretto, con un cast e un orizzonte limitati. La cronaca nera italiana assomiglia al cinema e alla fiction del paese: due camere, una cucina, un pianerottolo, facce già viste. Quando? Poco fa, salendo in ascensore, scambiando sorrisi e banalità sul clima, il lavoro, gli studi. Non c’è «pacchetto sicurezza» che tenga, è già sfasciato perché non può contenere l’ubiquità del Male, non ci sono ghetti o frontiere per arginarlo, segnaletiche per essere avvertiti della sua imminenza. Accettarlo è un modo per disattivare l’allarme e accendere l’intelligenza.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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