Il governo annuncia un ‟giro di vite” e l’adozione della ‟linea dura”, ‟a costo di chiudere col calcio”. I sindacati di polizia ‟esasperati”, minacciano: ‟Ora basta”. Gli ultrà reagiscono compatti esprimendo ‟rabbia”. I presidenti delle società minimizzano: ‟I club non c’entrano” (Galliani, Milan), ‟Sono solo quattrocento delinquenti” (Garrone, Sampdoria), ‟Un po’di pulizia è stata fatta” (Moratti, Inter). Il presidente della Federcalcio Matarrese si oppone, a prescindere, allo stop al campionato. Ma lo stop viene ugualmente decretato. Altri suggerimenti a gran voce: ‟Evitare le trasferte”, ‟Chiudere gli stadi, partite solo in televisione”. E, inevitabilmente: ‟Copiare il modello inglese”. Sarà che il dolore rende spietatamente lucidi, ma le uniche affermazioni sopravvissute alla prova dei fatti vengono dai parenti delle vittime (la sorella di Vincenzo Spagnolo, accoltellato a Genova, la vedova del poliziotto Raciti, ucciso a Catania, il fratello di Gabriele Sandri, ammazzato all’autogrill): ‟E’inutile, tutto resterà come prima”, ‟I decreti non servono”, ‟Accadrà di nuovo”. A rileggersi le cronache degli ultimi dodici anni, da quel 29 gennaio 1995 in cui l’omicidio Spagnolo provocò la prima (storica, pareva allora) sospensione del campionato, a ieri, poco è cambiato. Soltanto gli attori e neppure tutti: Matarrese, per dire, è carsicamente riapparso. Le battute: invariate. E’come un riflesso condizionato e agisce trasversalmente. Che il ministro di turno sia di centro-destra o centro-sinistra, che il presidente (o l’ultrà) siano milanisti o interisti la reazione è la stessa. E gli effetti di questa valanga di ‟diktat”, ‟task force”, ‟aut aut” inesorabilmente prossimi allo zero. Un po’più sicuri gli stadi, meno le zone circostanti. Meno organizzate le trasferte, ma mai impedite. Ridotte le animosità tra tifoserie, inasprite quelle tra ultrà e forze dell’ordine. Il gioco delle ultime parole famose sarebbe crudele, se non fosse più crudele aver dovuto celebrare altri funerali in nome del calcio (tre soltanto quest’anno). E allora ecco qualche esempio, a futura memoria. ‟Che questa domenica senza calcio abbia un senso, o il mondo riderà di noi. Comunque statene certi, la Federcalcio non dorme” (il presidente Matarrese). ‟Non bisogna prevenire, quel che occorre è reprimere” (l’allenatore Marchioro, dopo la morte di Spagnolo). ‟Si riprenderà solo quando ci saranno le condizioni dovute” (il commissario straordinario Pancalli), ‟Fermeremo la violenza, a costo di chiudere col calcio: ora si cambia registro” (il ministro dell’Interno Amato, dopo la morte di Raciti). L’amaro disincanto di Gigi Riva lo stesso giorno del febbraio scorso: ‟Bisogna essere duri, o fra sei mesi rifaremo gli stessi discorsi” ha peccato di ottimismo per soli tre mesi. Eccoci qua, ancora una volta, nel dejà vu delle ‟indagini senza reticenze”, a tentare di ‟fermare la degenerazione del calcio”, provocata da ‟teppisti che lo disonorano”. A chiederci se non sia ‟un segno di sgretolamento del tessuto sociale”. E se in dodici anni non abbiamo trovato la risposta il problema non è dei ‟degenerati” è nostro. Ad ascoltare i messaggi preoccupati delle più alte cariche dello Stato che invitano ‟le autorità a reagire”. Lo fanno: convocano i rappresentanti dei media, vanno dai media, fanno e disfano pacchetti, posano, con espressioni preoccupate, per foto di gruppo a cui mette la didascalia il ct della nazionale, Donadoni: ‟Da una morte all’altra il calcio non cambia mai”. E’un meccanismo perverso, che va oltre lo sport. Agisce in due tempi. Il primo è quello del sussulto. Lo innesca esclusivamente la morte. Ci si accorge che il calcio è malato quando un tifoso ammazza un poliziotto o viceversa. Ma anche che esiste una miccia immigrazione quando un criminale straniero stupra e uccide una donna che cammina per strada. A evidenziare il problema dovrebbe invece essere la vita. L’accampamento di Tor di Quinto in sè, la curva di questa o quella tifoseria in sè, sono un pericolo. Sconosciuto alla classe dirigente, perché non gli passa sotto i radar, men che meno sotto le scarpe. Il secondo momento è quello della reazione. Tanto immediata quanto preconfezionata. Che sia standard lo dimostra l’immutabilità del linguaggio, il ricorso a parole d’ordine. E’ pavloviano: ‟C’è scappato il morto nel calcio”, ‟Giro di vite, sosta di riflessione, pacchetto di misure”. Si espellono quattro rumeni, si chiudono dentro casa tre esagitati e si aspetta la prossima tragedia. ‟Evitare le trasferte” non può essere solo uno slogan. ‟Chiudere gli stadi” è triste, ma un funerale un po’di più. Una morte insensata non è un film d’essai: segue dibattito e poi tutti a casa. E l’ideologo di riferimento dei governi a venire, come negli ultimi dodici anni, non può ancora essere Pippo Marchioro.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>