A volte va tutto bene. E siccome alla fine ogni cosa è a posto è come se non fosse successo niente. Lo vedo da come scalpita insofferente la giornalista tv che ha passato mezz'ora a discutere con il cameraman il taglio di ripresa che le sta meglio, e ora è lì che non ha da dire niente di "forte". Già, non è stata una giornata forte questa. Niente incidenti e dunque in definitiva una giornata insoddisfacente, almeno per i media. Eppure qualcosa mi sembra di aver visto accadere andando su e giù per una quieta manifestazione di protesta, girovagando per una città silenziosa dove una buona parte dei negozianti si è convinta a tener giù la saracinesca, e un sacco di genovesi a farsi un fine settimana in disparte. Sì, qualcosa di forte mi sembra che sia successo.
È successo che se in quello che è accaduto nei giorni del G8 c'era un disegno, e il disegno era debilitare, o demolire, i movimenti, questa intenzione ha raggiunto uno straordinario successo. I movimenti non esistono più. Non quella moltitudine di voci, di intenti, di energie, di linguaggi, di attese e di speranzosa creatività che ho conosciuto negli anni e ho vissuto in quei giorni del 2001. I movimenti - così genericamente definiti perché troppo diversi da qualunque roba politica meglio classificabile - sono fatti delle persone, non delle organizzazioni; le persone, quelle persone, sono ancora vive e vegete, ma sono silenziose, o altrove.
Ho incontrato qualcuno, ma non le sue energie, non quelle che hanno fatto sperare in un modo diverso e gioiosamente attivo di vivere la vita e le sue responsabilità, la propria vita e quella del mondo; il destino dei "sei miliardi di figli dello stesso Padre", come era scritto nelle magliette che distribuivano le suore di Boccadasse, e ho visto sporche di sangue e di lacrime sul petto di ragazze manganellate ben bene sabato 21 luglio 2001 all'altezza di via Casaregis. Ciò che è accaduto quel giorno, e il giorno prima, e la notte dopo, ha traumatizzato centinaia di migliaia di persone, di giovani cittadini soprattutto; ha distrutto un immenso patrimonio di energie promettenti e ha creato dei reduci.
Lungo la manifestazione ho incontrato molti reduci. E non c'è molto di promettente e creativo nella forma mentis di un reduce, soprattutto se ha poco più di vent'anni. Il trauma non è stato assorbito; non credo che lo sarà, non certo in una manciata di anni. Così le voci che si sentono, quelle che si fanno sentire, sono le meno interessanti: quelle dei partiti politici, dei loro rappresentanti nei movimenti. Niente da dire, tutte brave persone, ma li ascolto e mi sento portato altrove, lontano da quel territorio magmatico, libero, non ideologico, dove si stava formando un pensiero, quello sì veramente nuovo, che se oggi ancora c'èè un pensiero sottomarino.
E è successo che neppure questa città ha superato il suo trauma. Se lo cova dentro silenziosa, sentendosi guardinga, "smenata", disillusa. Non è solo una questione di serrande abbassate, ma di atmosfera, di sentimento, di ciò che si percepisce ogni volta che per qualche ragione di torna a dare un'occhiata alle ferite che si è curata da sola. Se c'è stato un disegno e parte del disegno era quello di dare una lezione a questa città, anche questo obiettivo è stato raggiunto.
I molti che come me nei giorni del G8 sono stati testimoni hanno la certezza, intima e radicata, che ciò che è successo è quantomeno da spiegare e da capire ancora. Che senza una verità e una ragione non potremo mai riabilitarci da reduci in cittadini nuovamente promettenti. Verità e ragioni che non riguardano solo questa città e chi in quei giorni ci ha vissuto, ma che gli uni e l'altra hanno il diritto di pretendere come primo risarcimento. Non sono così convinto che una commissione parlamentare è di per sé in grado di darmi ragioni e verità, di risanare i traumi rendere giustizia delle vittime, ma so che è il minimo che devo pretendere. Il fatto è che non ci sarà mai una commissione d'inchiesta sui "fatti" del G8 del luglio 2001, e se mai si dovesse istituire, accadrà troppo tardi perché possa ancora servire a sanare la ferita che resterà infetta per il resto della storia mia, della mia città, di questo Paese.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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