La finzione giacobina del ‟Cavaliere contro tutti” è durata una domenica. Il tempo di raccogliere le firme e di contarle, molto alla buona. Sette milioni la sera del voto, otto milioni nella notte, come le baionette d´una volta. Dieci milioni per i telegiornali del lunedì, ultima offerta, prendere o lasciare. Con tanti saluti ai referendari che per raccoglierne cinquecentomila la fanno tanto difficile.
Chiusa la conta sulla cifra tonda, Berlusconi ha smesso i panni dell´agitatore di piazza e si è messo in fila per trattare con Walter Veltroni. Anzi, da buon italiano, arrivando per ultimo ha sorpassato chi in fila era già da tempo, Fini e Casini. E´ lui da oggi il primo interlocutore del leader democratico per la riforma della legge elettorale.
L´ennesima trasformazione di Berlusconi non ha nulla di strabiliante. Se non forse la rapidità nel cambiare marchio, strategia, opinioni, per giunta indossando lo stesso completo da trent´anni. Il ‟padre del bipolarismo italiano”, come lo celebrava Ferrara, da oggi è per il proporzionale. Il fondatore di Forza Italia scioglie il partito in un giorno solo, senza congressi, dibattiti, lacrimucce e altre democratiche perdite di tempo, e ne inaugura uno nuovo, ‟il Partito della Libertà, anzi il Popolo della Libertà”, o come si chiamerà. Il nome della cosa in effetti conta meno della proprietà, che rimane la stessa. E´ questione di marketing.
L´uomo che aveva promesso di distruggere la sinistra, sfascia la destra e fa rottamare in fretta il suo contenitore, la Casa della Libertà, in vista di una nuova stagione, improntata al ‟dialogo, al rispetto reciproco, al senso di responsabilità”. Spallate al governo? ‟Mai parlato di spallate”.
Una mossa abile. Del genere che, praticato da altri, viene bollato come ‟politica politicante”. Oppure storicamente irriso (‟contrordine, compagni”). Berlusconi, fallita la spallata, temeva che Fini e Casini potessero accordarsi con Veltroni alle sue spalle. E magari non soltanto quei due, ma anche Bossi, in cambio di un qualche regalo federalista. Si è rassicurato con una telefonata al leader leghista, ed è partito per la svolta. Per sedersi al tavolo della trattativa aveva bisogno della prova di forza, i gazebo, le firme, la piazza.
Il cambio repentino di strategia dal braccio di ferro al dialogo rientra in una logica aziendale. Il gruppo ha troppi interessi al sole per permettersi il lusso di sfidare le vituperate manovre dei politicanti e finire tagliato fuori da alleanze trasversali. Non si sa mai. Si comincia con la legge elettorale ma si può finire a discutere la riforma televisiva. Sono vent´anni che il gruppo Berlusconi riesce alla fine a mettersi d´accordo con qualsiasi maggioranza al potere, purché non si tocchino le faccende essenziali (televisioni, pubblicità). Dall´attuale governo, da questo punto di vista, non sembrano arrivare minacce.
In più, Berlusconi può offrire a Veltroni una serie di offerte speciali. Comanda il partito più consistente, senza il quale è complicato varare una riforma elettorale. E condivide con Veltroni il vantaggio di poter giocare su due tavoli, quello delle riforme e quello del referendum. Se vincessero i quesiti referendari il premio di maggioranza andrebbe tutto o al Partito Democratico o all´ex Forza Italia. E´ vero che pretende in cambio molto e forse troppo. Per esempio la data delle elezioni anticipate, meglio se in pochi mesi. Ma è un´altra strategia aziendale. Chiedere cento per ottenere la metà, ovvero le elezioni nella primavera 2009.
Tutto torna, insomma. E torna Berlusconi, come sempre. Ma stavolta forse la mossa non è del tutto azzeccata. Agli occhi del famoso popolo della destra, il grande leader conferma d´aver smarrito l´iniziativa originale, il colpo spiazzante, il carisma magico. E´ costretto a inseguire l´uomo del momento, Veltroni, scimmiotta la nascita del Partito Democratico, si accoda alle riforme proposte dal rivale. Non è più al centro della scena. Per sua fortuna, le telecamere che la riprendono sono ancora le sue.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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