Piove. E pioveva ieri, e ieri l'altro; ieri l'altro ancora pioveva e c'era tempesta, e i giorni prima c'era un vento assassino e un freddo marmato - dialettale di casa mia: freddo come il marmo - mentre domenica scorsa, se non ricordo male, era ancora tramontana e bisognava andare in giro con i guanti di pelo. Guardo dalla finestra e la città è sepolta da una bruma grigia e fradicia; mi specchio nel vetro e vedo quanto sono triste, sfiduciato, deprimevole. Mi metto al lavoro preda di un ostinato languore e di un sottile, insopportabile mal di testa; ho anche il torcicollo da una settimana, tra parentesi. Beh, allora? C'è una qualche notizia in tutto questo, una qualche rimarcabile singolarità? No, nemmeno l'ombra. Cos'altro dovrebbe mai succedere nel mezzo di novembre, in quale altro modo ci si dovrebbe mai sentire nel tempo dell'"estate fredda dei morti"? Citando Pascoli e ricordando in sopraggiunta che per i giorni di San Martino ho pure io in programma un trasloco, un esodo, per l'esattezza.
La mia persistente quota di ragionevolezza mi spiega che esistono le stagioni e i tempi, l'estate che riscalda e ritempra e l'autunno che dilava ed estingue; il caldo e il freddo, la pioggia il sole, e ogni altra cosa come dev'essere nella vita e nell'universo. Mi dice la ragione che la cosa più stupida che un uomo possa fare è dolersi dell'ovvio, quando l'ovvio porta con sé la quota dovuta di spiacevolezze, ma tutto il resto di me non ne vuole sapere di ragioni e nel cuore dell'autunno vuole sole smagliante e splendida forma. Come fosse naturale vivere una vita dove tutti i giorni è domenica, come se la natura del mondo avesse il dovere di adeguarsi alle mie irragionevoli aspettative. Non varrebbe neanche la pena di parlarne se non fosse che so di non essere solo in questo deliquio. Tranne qualche vecchio che la sa lunga e se ne va in giro zoppicando per il quartiere senza ombrello, perché di questa stagione la pioggia è ancora dolce e tiepida, non vedo altro che gente afflitta, non sento altro che un brusio di lamentevoli abbandoni alla cupezza; i miei più stimati amici invocano un'accelerazione dell'effetto serra, dell'eterna, malata estate di cui fino a due mesi fa si lamentavano come dell'estrema maledizione del genere umano.
Sono sicuro che se in questi giorni indicessi un referendum, la stragrande maggioranza della popolazione voterebbe a favore della desertificazione del globo. Se avessi il coraggio di guardare tutto questo da una prospettiva appena appena oggettiva, non potrei che constatare di vivere in una realtà abitata da una folla d bambini fragili ed emotivi, capricciosi e irragionevoli. Io tra loro.
Credo modestamente che questo sia il sintomo - e non è l'unico - di una malattia; non un malessere, ma una malattia vera e propria. Non abbiamo più il termostato, per così dire. Si è rotto l'interruttore che regola la temperatura delle nostre emozioni, che stabilizza il nostro comportamento e la nostra capacità di relazionarsi alla realtà. Senza più termostato siamo in balìa degli sbalzi di temperatura, la temperatura nostra interna, non quella del globo. O abbiamo troppo caldo o troppo freddo, o siamo troppo asciutti o troppo bagnati, o troppo docili o troppo riottosi. Comunque sia, indisponibili alla realtà delle cose in cui non riconosciamo più una regola per il semplice fatto che non riusciamo a darcela noi una regola. Intolleranti verso tutto perché eternamente a disagio con la fatica di sopportare noi stessi.
Questa malattia ha un nome: bipolarismo. No, non quello parlamentare, ma quello dell'anima. È studiata e curata con terapie chimiche e di sostegno psicologico. Il problema è che un medico può occuparsi di individui, non di popolazioni, e questo è bipolarismo di massa. Tutto questo solo perché piove? Rifletteteci un poco e constaterete quanti e quali sintomi potete raccogliere a suffragio della mia ardita teoria; sintomi ben più gravi, si dà il caso, dell'antico motto di un popolo che non c'è nemmeno più: piove governo ladro.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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