L’ultimo duello fra Prodi e Berlusconi non lo decideranno quaranta milioni di italiani ma uno, al massimo due senatori, domani. E’ l’atto finale di una tragedia ridicola. Nel mezzo di una crisi dei mercati globali che proietta incubi da Grande Depressione, l’Italia piomba nel caos per il voltafaccia di un partitino a conduzione familiare radicato nell’area di Ceppaloni. Sullo sfondo non mancano beghe personali fra politici e magistrati, intercettazioni da interpretare, raccomandazioni ospedaliere, pettegolezzi da bouvette e risse da salotto televisivo. In queste condizioni è difficile dare dignità storica al momento, che pure l’avrebbe.
Romano Prodi ci ha provato. Nel discorso alla Camera ha rivendicato i meriti di un governo che ha rovesciato l’andazzo della seconda repubblica. Nel senso che ha razzolato bene e predicato malissimo. Pessimo nel comunicare, non nel fare. Almeno nei limiti di una coalizione di dieci partiti-botteghe e nel guazzabuglio parlamentare creato dalla ‟porcata” elettorale. La missione numero uno era risanare i conti pubblici e Prodi lo stava facendo. La numero due era ridistribuire il reddito, soprattutto far crescere i salari, precipitati all’ultimo posto in Europa, e anche qui ci stava provando. Il premier ha vantato una coerenza personale della quale gli va dato atto. Nel bene e nel male. Perché c’è coerenza, sia pure un po’ patetica, anche nel non rendersi conto ancora una volta, dieci anni dopo la prima esperienza, che non serve a nulla sudare lacrime e sangue per venti mesi per poi riconsegnare il Paese a Berlusconi e ai suoi sfasciacarrozze.
Il premier tenterà di tirare a campare oltre giovedì. L’estremo sforzo, in linea con il tono grottesco della crisi, si fonda su un calcolo bizzarro intorno alla maggioranza al Senato. Il computo comprende alcune variabili, compresi lo stato di salute dei senatori a vita, l’umore mattutino dell’ex rifondarolo Turigliatto, la cartella clinica di uno di Forza Italia caduto con gli sci, le ultime novità dal ribaltonista Dini, pure lui come Mastella colpito dalla magistratura negli affetti coniugali. Squadre di esperti governativi sono in queste ore al lavoro per esaminare tutte le ipotesi. La conclusione è in genere un sospiro: ‟Ci vorrebbe un miracolo”.
Per ora l’unico miracolo certo riuscito al centrosinistra è la resurrezione del Cavaliere. Soltanto due mesi fa sembrava finito. A capo di una coalizione data per morta dai suoi stessi leader, tutti e quattro. Sconfessato come leader futuro dai due principali alleati, Fini e Casini. Incerto se rifondare il partito con un nuovo nome e, nel caso, confuso sull’eventuale nome.
Grazie ai suoi avversari, oggi Berlusconi è tornato incontrastato leader della rinata Casa delle Libertà, probabilmente destinata ad allargarsi alle famiglie Dini e Mastella, ‟più bella e più forte che pria”. I sondaggi gli danno un margine di vittoria che oscilla dal 10 al 18 per cento. Per la quinta volta si andrà a votare con il conflitto d’interessi intonso e le reti televisive schierate. Un’arma potente che il governo Prodi, per la debolezza politica della maggioranza, non ha minimamente scalfito. Un’arma che ha lavorato ogni giorno, in questi venti mesi, per affossare il governo Prodi, costruendo una drammatica fiction quotidiana, mescolando in un’abile sceneggiatura problemi gravi e vergognosi come i rifiuti a Napoli con altri virtuali. Senza perdere un’occasione o un pretesto, i delitti dei rumeni e gli immigrati ubriachi al volante, il dramma dei rifiuti e le rivolte di tassisti, camionisti e benzinai, la Guardia di Finanza e i litigi nel centrosinistra, i Berlusconi-Day e i Vaffanculo-Day.
In più, Berlusconi questa volta potrà contare sull’appoggio politico diretto della Chiesa. Con lungimiranza, le gerarchie cattoliche hanno cominciato a sentire puzza di cadavere e inaugurato per primi una campagna elettorale a senso unico, con ritmo anche questo quotidiano, contro il centrosinistra passato, presente e futuro. Nell’ordine, soltanto per parlare degli ultimi giorni, ci sono stati l’attacco di Benedetto XVI a Veltroni sul ‟degrado di Roma”, le polemiche contro il governo sul mancato discorso del papa alla Sapienza, le aspre critiche del cardinal Ruini, seguite dall’autentico comizio politico del nuovo presidente della Cei, Bagnasco. Un fuoco di fila che, alla luce di quanto accade, non può esser stato casuale. Alla fine, nell’Italia del 2008, è stato il Vaticano più di Berlusconi e di Mastella (folgorato dalla folla di San Pietro, per sua ammissione) a dare la spallata più potente al governo in carica.
E’ una storia che pare già scritta. Oltre il disperato tentativo di Prodi di salvarsi al Senato, s’intravede il ritorno di un Berlusconi ultrasettuagenario al potere. Sarebbe l’indietro tutta definitivo, il compimento del declino. E forse è una storia già scritta fin dal primo istante del governo Prodi, dalla lettura di quella pletorica, folle lista di 105 ministri e sottosegretari. Fra le macerie del centrosinistra rimane in piedi soltanto la speranza che il nuovo Partito Democratico di Veltroni riesca davvero a voltare pagina rispetto al passato. Che riesca a far attraversare al campo progressista italiano il deserto di valori, identità, intelligenza politica di questi anni, per condurlo nella terra promessa del moderno riformismo. Un altro miracolo, stavolta per sé.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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