Veltroni si candida dietro i trentenni e Berlusconi ricomincia dai pensionati. Walter annuncia il boom economico e Silvio non promette più nulla.
E’ una strana campagna elettorale. Con due oggetti ancora misteriosi. Uno è il ‟nuovo” Berlusconi, il Cavaliere alla quinta crociata. L’altro è il voto del Nord, sul quale sin gioca come sempre la partita.
Milano, piazza del Duomo, sarà l’ultima tappa del pullman di Veltroni, che ha già girato mezzo Paese. Berlusconi comincia ora a mettere il naso appena fuori casa. Ieri ha incontrato il Partito Pensionati all’Hotel Michelangelo di Milano. Poiché nessun simbolo è lasciato al caso, si suppone che il gesto sia polemico nei confronti del giovanilismo esibito dall’avversario. L’Italia, alla fine, non è un paese per giovani. I pensionati di Fatuzzo, nel ‘96, con i loro trecentomila voti furono decisivi. L’albergo è per giunta a Milano Nord, due passi dalla stazione, quattro dal quartiere dove Berlusconi è nato, l’Isola. L’unico quartiere in città rimasto tale, culla del ceto medio milanese. Fra dieci anni l’Isola non ci sarà più, spazzata dalle ruspe del gigantesco Monopoli immobiliare in corso. Si costruisce più che nel dopoguerra e si costruisce soltanto per super ricchi o per gli immigrati, le due sole classi del futuro cittadino. Ma che importa? Fra dieci anni forse non ci sarà più neppure il berlusconismo, il sesto o settimo Cavaliere. Nella Milano d’oggi, nel Nord tutto, Berlusconi si sente (ed è) fortissimo. Non ha più l’età, non ha più sogni da vendere. E’ un Cavaliere senza miracoli e senza ‟comunisti”. E quando gli togli il sogno e l’anticomunismo, diventa il politico più noioso del mondo. Una raffica di cifre da supplemento ‟norme e tributi” del Sole 24 Ore. Cifre false, s’intende, ma non più iperbolicamente spudorate come un tempo. Un esempio? ‟Durante il mio governo gli sbarchi dei clandestini sono calati del 51 per cento”. Non è vero, ma vuoi mettere quando nel 2003 annunciava un calo del ‟238 per cento”? Altra vena creativa, in grado di stravolgere anche le leggi della matematica.
Eppure il quinto Cavaliere, più vecchio, stanco e svogliato dei precedenti quattro, continua a mietere consensi nel Nord. La parte più ricca e popolosa del Paese s’identifica ancora in lui e guarda sempre al centrosinistra come allo straniero. Le novità di Veltroni hanno smontato l’anticomunismo, diffuso curiosità, magari simpatia. Ma i voti rimangono nella cassaforte di Arcore.
La candidatura di Umberto Veronesi capolista del Partito Democratico è stata una mossa felice, oltre che un modo di rimediare un gigantesco errore, uno dei tanti, del centrosinistra a Milano. Veronesi sarebbe al posto di Letizia Moratti se i vertici ulivisti non avessero deciso di silurarne la corsa a sindaco, preferendo il solito perdente sicuro, l’ex prefetto Ferrante. Sarebbe stato un sindaco giusto per una città che di tante cose ha bisogno, ma soprattutto di un oncologo. Ora bisogna vedere se da capolista saprà spostare altrettanti voti di quanti ne muovono i luogotenenti del berlusconismo sul territorio, Moratti e Roberto Formigoni, a capo di una rete di potere enorme.
Letizia Moratti ha puntato tutto sull’assegnazione dell’Expo a Milano, in ballottaggio con Smirne. La decisione sarà presa a Parigi il 31 marzo. Ma intanto la signora si è mossa assai bene sul terreno dell’immagine. E’ riuscita perfino a far dire al guru dell’ambientalismo mondiale, il Nobel Al Gore, che Milano è ‟amica dell’ambiente”. La città più inquinata d’Europa? Tutti a chiedersi dove ha portato Gore, se in una sua tenuta in Brianza o sul lago di Como, spacciandole per Porta Romana e i Navigli. In missione americana, il sindaco ha strappato al collega Bloomberg che ‟Milano è un modello da imitare”. In che cosa? Nel livello delle polveri sottili, nella nuova colata di cemento sopra e sotto il suolo, con gli scavi per i nuovi parcheggi a far impazzire il traffico? Per sua fortuna, i newyorkesi non ne sanno nulla, al massimo collegano il termine ‟modello” alla Milano di Armani, Prada e Doce & Gabbana.
Al confronto poi con Roberto Formigoni, anche la Moratti è una dilettante. Stavolta il governatore dovrebbe davvero lasciare il Pirellone per una poltrona di ministro a Roma, come annunciato senza successo nel 2006. Ma lascia una fabbrica di consensi ben organizzata dagli amici di Comunione e Liberazione, inventori di una rivisitazione del Vangelo. Un loro convegno s’intitolava: ‟E’ più facile che un ricco passi dalla cruna dell’ago, se questa è ben oliata”. Formigoni e Cl crune ne hanno oliate parecchie nella regione più ricca d’Italia e, nonostante gli scandali, le inchieste, le migliaia di ‟consulenze”, controllano in Lombardia milioni di voti e miliardi di affari. Tanto da far sospirare a qualche sopravvissuto del rampantismo anni Ottanta: ‟Ah, se Bettino avesse potuto contare su Cl…”. Dove non arriva Cl, ci pensa la Lega, più forte che negli ultimi dieci anni, con o senza Bossi alla guida. Con una rete clientelare insediata nella Pedemontana, fra Varese e Bergamo, che non ha nulla da invidiare all’Avellino dei De Mita.
E’ questa la macchina da guerra berlusconiana al Nord che Veltroni dovrebbe smontare nei prossimi quaranta giorni per avere qualche speranza di vincere le elezioni del 13 e 14 aprile. Forse il Pd ha cominciato a farlo, ma la strada è lunga e il tempo scarso. Da vent’anni il centrosinistra, in ogni sua forma, rimedia soltanto batoste. La vittoria di Penati alla provincia si è rivelata un fuoco di paglia, un estemporaneo regalo della Lega, frutto delle divisioni nel centrodestra.
Nella seconda repubblica è accaduto che la sinistra conquistasse Palermo e Catania, Padova e Verona, com’è accaduto di veder crollare il muro rosso di Bologna. Ma nella città ideologicamente più laica d’Italia, quella che ha cambiato idea più spesso dal dopoguerra, nella Milano passata dal quaranta per cento alla Dc al quaranta per cento comunista, e poi socialista, leghista, forzitaliota, proprio qui il centrosinistra di lotta o di governo non è mai riuscito a sfondare. Il muro di Milano rimane saldo. Il muro della Grande Milano, con i suoi sette o otto milioni di abitanti, la seconda area metropolitana continentale dopo Parigi, e un quarto del Pil nazionale prodotto. Veltroni potrà fare diecimila chilometri, battere ogni angolo di borgo o paese. Ma al quinto Cavaliere stanco di avventura, per vincere basta presidiare la porta di casa.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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