Non esiste un’altra democrazia dove il ruolo della televisione è tanto decisivo quanto in Italia. Il leader che domina la scena da quindici anni deve al mezzo televisivo tutto il suo successo politico. Senza le sue reti, sarebbe uno dei tanti miliardari poco amati dall’opinione pubblica. Eppure nell’orgia del potere televisivo, è negato agli italiani l’unico angolo di autentica democrazia mediatica, il faccia a faccia fra i candidati premier.
Il confronto fra Berlusconi e Veltroni probabilmente non si farà perché Berlusconi, il politico più televisivo del mondo, non lo vuole.
Non è la prima volta. Berlusconi rifiutò nel 2001 di sfidare Francesco Rutelli. La furberia, come spesso capita da noi, fu premiata. Il centrodestra sosteneva di avere dieci punti di vantaggio alla Camera, ma vinse soltanto con il 2,4 sul centrosinistra: meno di quanto avrebbe potuto spostare un confronto diretto in tv. La storia si ripete oggi, con Berlusconi che sbandiera un vantaggio di 8-10 punti e intanto ha paura di giocarsi il 2-3 per cento in un faccia a faccia con l’avversario.
Da quando è in politica, il Cavaliere ha accettato il duello soltanto quando era sicuro di vincerlo, con Achille Occhetto e due volte con Romano Prodi. Quando poteva rischiare, ha preferito ordinare agli studi Rai una scrivania per la messinscena del "contratto con gli italiani". Una trovata più vicina al costume politico di alcune aree dell’Africa sub sahariana che non al modello americano. Negli Stati Uniti uno scoop del genere comporterebbe l’immediata e simultanea fine della carriera per il conduttore e per il politico.
Berlusconi fugge il faccia a faccia con l’avversario per un calcolo egoistico motivato. Il suo punto debole è l’essere vecchio. Un candidato di oltre settant’anni, venti più dell’avversario, che si candida per la quinta volta. L’esperienza dei duelli televisivi americani dice che vince sempre il candidato più giovane, democratico o repubblicano. Dal primo ormai leggendario, protagonisti John Kennedy e Richard Nixon, fino agli ultimi, protagonisti Bill Clinton e Bush senior. Questo però riguarda l’interesse di un candidato. Altro è l’interesse degli elettori.
Il grande sociologo francese Pierre Bourdieu portava come prova di crisi democratica il fatto che le elezioni fossero decise alla fine da una maggioranza di non informati. ‟Quelli che hanno come unico bagaglio politico l’informazione televisiva, cioè quasi nulla”. Nel quasi nulla il ‟quasi” è però rappresentato dal faccia a faccia. È l’unica forma di informazione politica televisiva con scarsi margini di manipolazione. Proprio per la sua forma rituale, canonizzata dall’esempio americano. I due contendenti, due giornalisti di testate indipendenti che fanno le domande, un conduttore arbitro dei tempi. È rituale anche la stretta di mano finale fra gli avversari. Un bel rito, importante in una democrazia.
Il confronto diretto, personale, diventa ancora più cruciale quando i programmi si assomigliano, come succede nelle moderne democrazie. Perché l’elettore non giudica se votare il ‟che cosa” ma il ‟come”, non il programma ma la credibilità del leader. L’acceso confronto fra Barack Obama e Hillary Clinton nelle primarie democratiche è quasi esclusivamente fondato sul linguaggio: i programmi sono pressoché identici.
Ora, in Italia siamo sottoposti per 365 giorni l’anno a un’informazione politica manipolata e orientata da pseudo giornalisti che debbono la carriera e la possibilità stessa di lavorare al partito di riferimento o al partito e al padrone, come nel caso dei dipendenti o lottizzati da Berlusconi. A proposito di spazzatura, il caso dell’emergenza rifiuti a Napoli è esemplare. Non passa giorno da un anno che tre, quattro, cinque o tutte le reti nazionali non mostrino le montagne di spazzatura, allegramente rimosse in tutti gli anni precedenti, mentre crescevano fino all’esplosione finale.
Nell’unica occasione in cui la televisione potrebbe funzionare da strumento di conoscenza, appunto il faccia a faccia, lo schermo si oscura. Perché il padrone delle televisioni ha deciso di oscurarlo. Come si comporterebbero i giornalisti delle reti private americane se uno dei due contendenti alla presidenza degli Stati Uniti decidesse di disertare il confronto? Probabilmente inviterebbe l’altro da solo, con una sedia vuota per avversario. Come si comporteranno i giornalisti del servizio pubblico italiano? Lo sappiamo per certo. Faranno trovare al padrone la scrivania commissionata, tirata a lucido coi gomiti.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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