Non c’è niente da ricordare. Niente.
Che ve ne potreste fare di quell’uomo, se non come di una perfetta sagoma da prendere a calci; zimbello della laida supponenza che vi sostiene, mascherina dell’apparenza che andate in giro vendendo come fosse la vita nuova. Dico a voi della sinistra, dico a voi della destra, che oggi predicherete qualcosa tanto per non perdere l’occasione di un ultimo giro di parole su quello che in fin dei conti è stato un caso. Casomai, appunto, ci fosse ancora in giro uno 0,1 per cento di potenziali acquirenti da questa parte o da quella, che era dato per perso. Sarà infinitamente più apprezzabile il silenzio; o il buio sporco di qualche cinemino di preti, dove per qualche ragazzo ancora curioso qualcuno farà andare un paio di suoi film, tra i meno disastrosi per l’anima, per semplice nostalgia, per pura carità: memento domine famulorum famularumque tuarum.
Se ne è andato al limite di un’epoca, che era la sua epoca; se ne è andato, e non c’era nessuna buona ragione perché qualcosa di lui continuasse, se non la tortura della sua passione. Dimentichiamocelo, e sarà un bene per tutti. Se ne stia dov’è; cenere sparsa, invisibile, seminata nei luoghi invisibili a questa nuova epoca. Cenere dissolta in tutte le altre ceneri del novecento.
Era, tra le tante cose di lui che oggi risulterebbero intollerabili ai ragionevoli, indigeribili ai colti, un uomo dal cuore casto. Peggio che mai. Così come nel precetto del suo Dio, egli aveva l’anima trasparente; un’anima che non conosceva la malizia. È stata la sua castità un dono, un carisma, e un’infinita debolezza. La sua conoscenza era appartenenza, la sua saggezza era misericordia. Era musicante perché era musica, poeta perché poesia, regista perché pellicola, politico perché voce. Era un umano e apparteneva alla storia, era un usignolo e apparteneva al creato. Per questo non ha potuto essere né un grande né un piccolo, ma solo ciò che si è lasciato essere. Si è suicidato per impedire all’epoca emergente di metterlo in vendita nello stand del modernariato.
Ha dato qualcosa di cui possiamo tranquillamente fare a meno.
Ha dato ai suoi amori ciò che aveva: un corpo di poesia. Ha dato al suo paese ciò che era: una coscienza e un dolore. E alla cultura ha dato tutto quello che non gli bastava per vivere.
Ha scritto alla sua nazione una poesia che comincia così:
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? ….
Una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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