So che in questi giorni a Roma e in altre qualificate sedi i dirigenti della sinistra nota come ‟radicale”, e dissolta alle passate elezioni sotto la voce ‟Arcobaleno”, stanno alacremente formulando ragioni e motivi e approfondite analisi di una sconfitta che non solo è dura e cocente, ma persino storica.
Immagino che troveranno le loro ragioni, e queste potrebbero anche essere buone ragioni se lor signori considerassero – con il necessario dolore - che a volte il popolo dice la verità, e la dice persino nelle urne.
Nel cuore delle urne la verità del popolo afferma che la sinistra, così come gli si palesa, è inutile, e quindi tanto vale che sparisca dalla vista dei suoi occhi, e di conseguenza dai banchi del Parlamento.

Poco male; se questo Paese necessita di un’idealità di sinistra, di una pratica progressista della politica, a tempo dovuto saprà formularne una; basterà che qualcuno che assomigli come levatura morale e intellettuale ad Antonio Gramsci o a Filippo Turati ci pensi con abbastanza lucidità e la metta in pratica con sufficiente ardore. È già successo, non c’è alcuna ragione per cui non possa succedere ancora. Per intanto se lor signori in riunione avessero tempo e voglia di leggere queste righe, vorrei aggiungere al loro argomentare una piccola storia personale. Assai modesta, invero.
Mi è successo di cogliere la certezza dell’inutilità della sinistra proprio recandomi al seggio elettorale. Il mio seggio è comodamente posto proprio davanti a casa mia – potrei andare a votare in pigiama e ciabatte se non fosse che ho grande rispetto per l’occasione - nella scuola elementare del quartiere. La scuola è una bella scuola con brave insegnanti, un vanto del quartiere. Ma nonostante abbia disponibilità di spazi esterni, per decenni è mancato un minimo di verde attrezzato dove i bambini potessero giocare durante e dopo l’orario delle lezioni. Dopo infinite ed estenuanti richieste, finalmente chi di dovere ha posto mano al problema e ha dato il via agli agognati investimenti e conseguenti lavori, terminati un mesetto fa.
Il titolare politico dei lavori pubblici appartiene alla scuola di pensiero dedita alla rifondazione del comunismo; tradizionalmente in questa città sono i comunisti a gestire i pubblici lavori, essendo le questioni strutturali a loro assai più familiari e congeniali di quelle sovrastrutturali. Essendo l’assessore un comunista per giunta rifondante, non ha avuto dubbi su come interpretare il vero sentimento e i giusti bisogni del popolo, ragion per cui non ha perso tempo in superflue consultazioni con i cittadini sul genere di verde e di attrezzature che sarebbero state di loro utilità e gradimento. Non aveva dubbi che, rappresentando a pieno titolo l’avanguardia del proletariato, avesse assai più coscienza dei suoi amministrati riguardo i loro giusti bisogni. Cosicché alla fine dei lavori la scuola e il quartiere si sono trovati un lindo e sfavillante campetto di calcio. Lungo 15 metri e largo 5, adeguatamente recintato e lucchettato con invalicabili barriere anti effrazione e reti anti sfondamento. L’aspetto è di una certa tragica potenza; passandogli accanto ho avuto la certezza di aver già visto un’opera del genere; infatti era tale e quale lo spazio per l’ora d’aria in un carcere di massima sicurezza che ospitava detenuti sottoposti al rigore del 41 bis, terrorismo e mafia. In realtà la scuola e il quartiere non sapevano di aver bisogno di un campo da calcio, neanche se fosse stato meno tragicamente ridicolo.
I bambini hanno già trovato per conto loro un sacco di posti dove tirare il pallone in spiazzi e cortili; magari, come è giusto che accada, facendo inviperire le vecchiette e i posteggiatori di Mercedes Benz. Molti di loro frequentano scuole di calcio in qualificatissimi spazi disseminati per la città e tutti quanti hanno bisogno e voglia di avere spazi per fare altre cose. Ad esempio per giocare a tappini, e mentre prima se ne dilettavano nell’incolto che ospita ora il 41 bis, adesso sono costretti a farlo nella salitella che porta dalla scuola alla strada, con risultati davvero deprimenti per i molti specialisti della volata, essendo i grimpeurs che apprezzerebbero assai rari. Avremmo voluto quel verde, e lo abbiamo agognato per molti interminabili anni, per giocare a quello che ci pareva, per sederci al fresco delle acacie, per chiacchierare e fare un sacco di attività didattiche all’aperto. Invece nisba. E nisba perché non capiamo quelli che sono i nostri veri bisogni, comprensione che appartiene invece a chi la sa più lunga di noi su di noi. All’assessore che tenta con sforzo titanico di rifondare assieme al comunismo le nostre coscienze, che continuano a deluderlo, volgendo lo sguardo altrove, verso la futilità e la stramberia. Perché un vero progressista lo sa che è il calcio il nocciolo della vittoria sull’ignoranza e la povertà degli animi. Nel gergo del popolo un amministratore della pasta del sopra citato viene definito con il drastico appellativo di cretino. E il popolo non ama vedersi governare da dei cretini di sinistra. Vive ancora nel preconcetto che un politico e un amministratore di sinistra debba essere esente da cretinismo, perché ha vissuto a lungo nell’idea, forse anche quella preconcetta, che almeno gli uomini di sinistra dovessero essere i migliori.
Entrando al seggio per ficcare le mie schede nell’apposita fessura, non ho avuto alcun dubbio; se non su chi e cosa fosse utile, di certo su chi fosse inutile. Si può costruire una visione del mondo partendo da un angolo di quartiere? Sì, lor signori, sì, ve lo giuriamo, credeteci.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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