La mia casa. Dio, la mia casa.... dove sarà? Dov’è che andrò a fermarmi, su quale soglia potrò sedermi una sera, fumare la mia sigaretta in ascolto e dire: ecco dove siamo arrivati, ecco il sasso che ci farà da sostio, da riparo, per quello che ci resta di vivere, i travi che sosterranno le allegrie che abbiamo ancora in serbo, i tralci di pergolo per le nostre ultime seti, per il poco vino che vorremo ancora bere. Avrà pazienza di aspettarmi la mia casa, là, su quel poggio dove non sono ancora arrivato, tra quegli ulivi che non ho ancora avuto la forza di voler potare, accosto a quella gora di acqua verde-nera dove non ho mai avuto il coraggio di calare il piede? Certo che si, ad ognuno spetta la sua casa, ad ogni casa spetta la sua famiglia; mi aspetterà la mia casa, perché io, piano piano, sto andando da lei, e lei lo sa.
Per intanto è stupido e ingiusto disprezzare ciò che ho, quello che, ora, sono e abito. Che non si offenda la mia casa di oggi, la mia buona casa per quest’epoca della vita; che non pensi di essere poco amata questa ragazza con gli anni giusti per appena un po’ di trucco, ma sempre dolce e amabile dalla mattina appena sveglia a notte fonda, perché non è vero. Le voglio molto bene alla mia casa di oggi; e ci sono arrivato stanco e avvilito dopo un lungo, estenuante, andare qua e là, restare un poco senza amore, senza dolcezza di riposo, in luoghi del caso, della necessità nuda e cruda. Mi ha accolto e mi ha reso anche felice, mi ha protetto e mi ha messo allegria, e tutte queste cose le sta ancora facendo. Ancora adesso che sto scrivendo sul banco della cucina e ho voglia di raccontare lasciandomi andare, lei mi sta ninnando con la sua luce morbida e chiara, con l’andantino poco mosso del canto delle due famiglie di pettirossi che hanno casa con me, subito oltre la porta finestra. Lei lo sa che forse me ne andrò, ma non me lo fa pesare, e con la generosità tutta gratuita di una ragazza davvero buona, non si risparmia per niente proprio in certe cose segrete, certi miei struggimenti di nostalgia, che solo io e lei sappiamo e ci diciamo.
Si, se un giorno io avrò la forza di arrivare alla mia casa, sarà a portarmici una incolmabile nostalgia del ritorno. Perché io l’ho già avuta la mia casa e l’ho persa che ero un ragazzino che ancora non arrivava bene a battere il batacchio sull’uscio. I segni di quella casa, della prima e unica casa mia, io li cerco ovunque vado fermandomi; e quei segni io li rincorro ancora.
Era la casa dove sono nato e cresciuto bambino, una casa di contadini. Se ne stava, tra altre sue sorelle di un piccolo paese, nella vallata del fiume La Magra, sopra di una collina esposta a mezzogiorno e al vento maestrale del mare Tirreno. Cos’è che mi manca? Mica facile dirlo.
Non certo la miserabilità e gli incomodi. Non ho nostalgia per il cesso appeso fuori dal muro maestro di nord, con dentro il solito eterno e orrendo calabrone; non ne ho per la pompa dell’acqua e per l’invincibile nido di scarafaggi nelle interiora dell’acquaio di cucina. Non mi mancano le lampadine da venti candele, né, anche se sembrano molto rivalutati, i materassi fatti con i sacconi di foglie di granturco. Ma mi mancano......
I grandi muri di pietra intonacati a calce. I muri vivi, che respirano notte e giorno; che ti ci appoggi d’inverno per averne calore e d’estate per riceverne freschezza. I muri che sostengono tutte le bizzarrie di adattamento che la vita di una grande famiglia pretende; muri che sostengono già il peso di tre o quattro generazioni, che li puoi anche scavare, che non fanno un ahi. Il grande sasso sotto cui mettersi al riparo da ogni cosa.
La porta che dalla cucina porta all’aia e alla terra. Uscire dalla casa, dal cuore della casa, e non inciampare nei gradini di una scala, ma trovarsi già nel cuore del ‟di fuori”, nel mondo, in quella porzione assai confortante di mondo addomesticato che contiene il primo orizzonte della vita quotidiana: l’aia con il pergolo e le rose e le ortensie, la cuccia del cane, l’orto, l’esserci non esserci delle case vicine e il sentore del mare laggiù in fondo.
Le piante, la verzura. I contadini non tengono in nessun conto i giardini, ma amano ingentilire le loro aie e i loro orti. Il pergolo, appunto, per l’ombra e l’uva dolce per i bambini. E per i bambini anche il nespolo e il pero e il susino. Il fico per gli ospiti improvvisi e per i merli canterini; la siepe di alloro, quella di rosmarino e la lavanda, per gli odori. La palma per la signorilità e il buon augurio, il caco e l’armottolo per fare le feste sotto Natale.
Già, cosa mi manca, di cosa ho bisogno. Di un certo qual modo della casa, di un certo qual modo di abitarla. Per questo non mi vengono mai in mente mobilio e arredi, ma, per prima cosa, sensazioni, rumori, odori, sentimenti dell’abitare. Poi io so che ci vorranno sedie di paglia, tavolo di castagno, comò di ciliegio, letto di abete, credenza di noce, e pietra serena e ardesia e terra biscotta.
E intanto sono quassù, abbastanza felice di essere in cima al quarto e ultimo piano, amando, ricambiato, la mia casa di oggi, e il suo terrazzo, succedaneo di aia e orto. Si, la mia casa ora parte da lì, da ottanta metri quadri esposti a tutti i venti e al mare interno della mia città, il mare del porto. Su questo terrazzo io vivo nove mesi all’anno, come un gatto nel suo cortile. Coltivo le piante dei contadini: ho il mio ulivo, il susino, il melograno e i rampicanti selvatici, le dalie e le ortensie rubate qua e là, le siepi odorose ricavate dalle ferle recise lungo i viotti, ho il cappero sul muro e il bersò di glicine e vigna. Chiedo scusa alle mie piante ogni mattina, perché, lo so, non è questo il loro posto, nessuno nasce per vivere in un vaso, in un bidone. Ma io tra loro ho meno nostalgia. Con loro mangio, lavoro, gioco, e qualche volta anche ci dormo; da loro ricevo gli amici e le amiche mie. E quando non sono con loro, me ne sto giù, nelle tre stanze che sostengono il terrazzo, senza bisogno di troppo spazio, senza bisogno di troppe cose. Dove dormire, certo, con la finestra a levante per non star a poltrire troppo la mattina. Dove mangiare e dove farne, dove poterne fare bene avendo in cucina tutto lo spazio e gli attrezzi necessari; una cucina non è mai abbastanza grande per cucinare, se poi ti va che siano in tanti a onorare il tuo lavoro. E l’officina dove lavorare, lo studio, come lo chiamano. Un bancone abbastanza grande da poterci navigare assieme alle storie che ti devi inventare; una libreria bella grande che possa contenere tutti quelli più bravi di te nel mestiere; una poltrona fatta nel modo giusto per sonnecchiare, visto che non si deve mai esagerare col lavorare. Ah, un bagno anche; un comodo e vasto bagno dove poter sguazzare come in uno stagno. Tutto qui. Anzi, no: dentro tutto questo quattro radio e nessun televisore.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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