C’è per ognuno, credo, un posto dell’anima, un luogo dove all’anima viene naturale di confondersi con il paesaggio e dileguarsi in pace nell’orizzonte che lo delimita e lo separa da ogni altra parte dell’universo. È il luogo del sostio, si dice nella mia lingua, del riparo.
Se è vero che ho abitato a Monterosso, è più giusto dire che ci ha vissuto la mia anima, che lei se lo è scelto per sostio. Ho abbandonato la casa del giardino di limoni un secondo prima che arrivasse il grosso del contingente di occupazione turistica, quello americano. Ho pianto, in silenzio, dentro i miei bagagli per non farmi vedere: ma non si può vivere davvero in un paese che si è lasciato consumare dallo smercio permanente di ogni parte di se stesso.
Ma nemmeno se ne può vivere senza; così, ogni tanto, segretamente ritorno. Non a rivedere, ma a risentire, perché la nostalgia non è degli occhi, ma, appunto, dell’anima.
Risento l’antica dignità che avrei voluto abitare di un borgo marino così pieno di orti di vigna e d’ulivo; le facce ferme, benvolenti senza sorriso, dei vignaioli pescatori di loassi che tengono nelle mani il pesce e il tralcio di albarola con la stessa tenerezza con cui hanno sfiorato i loro figli nati per andarsene a navigare l’altro capo del mondo.
Risento l’allodola e il tordo su per le ripe di sasso delle piane violare gli amareni e gli albicocchi un attimo prima dell’alba. Quando Raffaele, il matto, canta la sua canzone alla notte che lo ha appena lasciato: ‟Marina, Marina, Marina, ti voglio al più presto sposar.” Quando alla marina i gozzi sestresi si accasciano sfiniti agli ormeggi, orgogliosi di una pesca senza miracoli.
Risento la mareggiata di scirocco subissare di impertinenti domande di spuma Pae Veciu, il Vecchio Padre, lo scoglio che dal tempo della creazione guarda spiaggia e marina, uomini e vite, giudica e suggerisce ogni cosa di tempo e stagioni.
Risento l’aria tesa di maestrale che porta dal tramonto l’odore delle erbe selvatiche amare e il canto dei delfini di Provenza e Leone. Mio affaccio dal Segnale al mare per vederlo infinito e oscuro e profondo come lo ha visto chi l’ha chiamato Oceano, disperando di poterlo mai passare da vivo. E vedo e sento da lì la materna mano del Mesco, la roccia che spartisce Oceano e lo fa golfo, sostio, riparo. Monterosso al Mare, Riviera di Liguria.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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