L’altra mattina un’anziana signora che non ricordavo di conoscere mi ha fermato e mi ha chiesto di mio padre.
Mio padre non sta un granché bene, ed è ormai da un pezzo che è così. La signora se ne è molto dispiaciuta, ha constatato che in effetti da parecchio tempo non lo incontra più per strada, e scuotendo la testa ha ricordato ad alta voce: pensare che quarant’anni fa mi ha fatto il primo impianto elettrico di casa mia, che grande operaio che era.
Questa ultima frase mi ha molto colpito e continuo a pensarci. Che grande operaio che era mio padre! Io non lo sapevo, non ci ho mai fatto caso; del resto non ricordo che mio padre desse a vedere di essere compreso della sua grandezza. Essere un grande operaio.
Essere un grande operaio. È una frase che non ricordo di aver mai sentito pronunciare, non negli ultimi venti anni; esprime un’idea di un uomo, del suo lavoro, della natura del suo agire che, collocata in una mattina qualunque di uno qualunque di questi ultimi anni ne risulta del tutto estranea, addirittura priva di senso; almeno del comune senso delle cose e delle persone che si rappresenta unendo a un sostantivo un certo qual aggettivo.
Grande operaio. Ci può dunque essere stata grandezza nel lavoro di un operaio; egli ha compiuto un tempo qualcosa di memorabile, che resta dopo quarant’anni intatto nella memoria di chi ha partecipato della sua opera. Escluso che tutto questo possa essere coniugato al tempo presente modo indicativo. Mi chiedo a chi mai oggi salterebbe in mente di dire ‟grande” di un operaio e del suo lavoro. Infatti la grandezza non è una qualità richiesta, e neppure gradita. Se mai un giovane operaio si sentisse di poter fare grandi cose nel suo lavoro, il suo sentimento sarebbe fonte di assai sgradevoli frustrazioni, strumento di umiliazione, e in definitiva di sconfitta esistenziale: un grande operaio rappresenta un costo troppo alto per la società che gli sta attorno. Maturerebbe sentimenti di fierezza ed orgoglio, sarebbe un uomo appagato, libero, con energie sufficienti anche per l’esercizio gratuito del pensiero e del ragionamento. Tutta roba scarsamente produttiva e fortemente destabilizzante l’ordine delle cose.
Non oso immaginare il danno che subirebbe il sistema economico e politico attuale se si trovasse a fare i conti con un Paese fatto di grandi operai, grandi insegnanti, grandi imprenditori, grandi intellettuali. Dove la grandezza è quella sottintesa nel ricordo dell’anziana signora che mi ha chiesto di mio padre. Cesserebbe di esistere, semplicemente. Perché è un sistema che si alimenta nella negazione di quella grandezza, e nella affermazione della mediocrità come stato propizio delle cose. Il principio della mediocrità è così essenziale al sistema che viene imposto anche con la violenza, se necessario. Violenza sulle menti e sulle anime delle persone che potrebbero essere ‟grandi”.
Ho una giovane amica di generosi e insaziati sentimenti di sinistra; essendo romagnola quei sentimenti non possono che essere di concreta esuberanza, assai poco inclini alla pacata mediazione. Bene, la mia giovane amica ha due miti, assunti al rango di immagini di devozione poste in una sorta di altare dei Penati sopra la sua scrivania: Indro Montanelli e Raul Gardini. Non so se i lettori ricordano questi due uomini, spero di sì, nonostante questa sia epoca di necessaria e salutare memoria corta. Un giornalista e un imprenditore, due storie assai diverse per due uomini più che diversi, ma certamente ambedue molto lontani da qualsivoglia sinistra, anni luce dal cuore di una giovane donna che li ha conosciuti bambina. Senonchè la mia amica dice: sono lì perché sono stati il più grande giornalista che ho letto e il più grande contadino che ha lavorato in queste terre. E dice grande nello stesso tono dell’anziana signora per due uomini che non hanno mai conosciuto mio padre, ma che hanno saputo certamente nella loro vita riconoscere la grandezza di un operaio, la loro stessa grandezza.
Se la mia giovane amica non è una pazza – potrebbe anche esserlo dato che l’ho vista indossare una maglietta con il logo ‟Furia Romagnola” - se i suoi sentimenti non sono pura bizzarria, ma comprensibili, e persino ragionevoli, allora, forse, le persone hanno ancora bisogno di grandezza. Non il sistema, ma le persone. Le persone che, ci pensino o meno, non possono vivere in un’eterna, immobile mediocrità, mortificando ciò che appartiene a ogni umano come diritto naturale: il diritto a una vita vasta, colma della grandezza propria e degli altri. Governati da grandi statisti, illuminati da grandi intelletti, confortati da grandi amori, giustificati dalle grandi cose che sanno fare le nostre mani quando ci proponiamo di mettere a punto un impianto elettrico, scrivere un romanzo, insegnare le divisioni con la virgola, costruire una casa fino al tetto...
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>