La sera, quando torno a casa dal mio girovagare per strade e brughiere, cantieri e marine, ripe e raccordi, butto scarpe e vestiti da una parte in mucchio e mi faccio la doccia. Dopodiché, essendo un diligente massaio, metto mano al mucchio e preparo la lavatrice.
Guardo le mie robe e vedo la mia giornata; dove sono stato, cosa ho fatto, dove mi sono poggiato, cosa ho calpestato, tutto questo ha lasciato segni, sbaffi, graffi. Tracce, a volte indelebili purtroppo, che solo io posso sapere se corrispondono a ciò che sono o a ciò che ho appena toccato, sfiorato.
A vedere ciò che è rimasto nei miei vestiti un estraneo potrebbe pensare certe sere che sono un muratore, altre un boscaiolo, altre ancora un addetto allo spurgo fognario, un barbone, un nobile proprietario terriero, o l’ultimo operaio dell’ultima ferriera.
E forse chissà, a furia di tutta questa mia familiarità con la materia del mondo, con questa mia mania di toccare ogni cosa che incontro, ho finito per essere un po’ di tutto ciò; ed è probabile che anche un esperto tecnico della polizia scientifica, a seguito di un’accurata ispezione, arrivi alla medesima considerazione.
Ho passato due giorni assai deprimevoli a leggermi un bel po’ delle trascrizioni dei documenti che questo giornale ha messo a disposizione circa le inchieste che riguardano Genova e la Liguria sul tema ‟mensopoli” e derivati, e sono arrivato alla personale, soggettivissima convinzione che gli interpreti di questo bel filmetto si possono dividere in tre categorie: un nucleo di primattori vecchi marpioni, un mazzetto di attor giovani molto ambiziosi, di parche pretese e abbastanza cretini, e alcune ingenue, candidamente incolpevoli, comparse. In ogni caso trattasi di persone e personaggi inerenti le pubbliche amministrazioni e la sinistra, latamente o circostanziatamente sinistra.
In ottemperanza alle regole del buon gusto e della decenza, io non giudico e non sentenzio, ma, ovviamente, considero. Considero che le pubbliche amministrazioni di tutto hanno bisogno tranne che di vecchi marpioni, ambiziosi cretini e candidi ingenui; sono categorie diverse ma nessuna di qualche utilità al bene pubblico. E considero pure che nemmeno la sinistra – o, per meglio dire, niente e nessuno che intenda definirsi in opere e pensieri progressivi e progressisti - ha alcun bisogno di soggetti appartenenti alle sopraddette categorie, ognuna per suo verso e specifico grado dannosa, nefanda, mortale. Considero il mistero di come sia possibile che, nonostante inutilità e dannosità, si trovino lì, proprio dove non dovrebbero essere.
Perché? Forse per caso? forse per necessità? Perché servono anche se sono inutili, perché fanno bene anche se sono dannosi? Forse perché questo è il sistema, e a questo scopo sono stati cooptati, allevati, costruiti, formati, chiamati a spargersi nel vasto mondo? E mi accorgo che oggi non sono nemmeno più tanto interessato al perché, occupato come sono a considerare gli effetti dei perché, a cercare di scampare dai loro devastanti esiti.
E considero infatti che in questo momento non trovo nemmeno così essenziale conoscere il grado di colpevolezza e quello di innocenza di ognuno. Ciò che occupa per intero la devastazione del mio orizzonte è la contemplazione del mucchio degli indumenti, dei costumi di scena. Contro cosa e chi hanno avuto occasione o bisogno di strusciarsi, di appoggiarsi, di toccare o solo sfiorare i progressisti?
Se per fare politica devi frequentare con assiduità gli operai, alla sera saprai di olio di morchia, se frequenti gli insegnanti sarai pieno di polvere di gessetto, ma se devi mettere mano nella merda è di quello che sarai sporco, se hai bisogno di fregarti contro gli affaristi è di affari che odorerai. E se passi la tua giornata con questi o con quelli, alla fine sarai un po’ questi o un po’ quelli. E ognuno ti guarderà, ti annuserà e riconoscerà in te per prima cosa la natura delle tracce di ciò che hai toccato anche senza pensare di esserlo. Sarà ingiusto e crudele, ma così è.
Cosa resta – restava - ai cittadini da pretendere dalla politica progressista, altrimenti detta di sinistra, se non: ‟siate in questo mondo ma non di questo mondo”? E mi stupisco del mio stesso stupore, man mano che leggo i documenti, gli atti, le trascrizioni. Gli apostoli del Cristo ce l’hanno fatta per due, tre secoli appena a seguire quella linea di condotta così semplice, così scomoda, e loro avevano un Dio a cui rispondere. Questi non saprei proprio dire a chi rispondono, se rispondono.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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