La festa appena cominciata è già finita. Lo scandalo di letto e potere che ha tanto appassionato i media in questi giorni è stato chiuso ancora prima di esplodere davvero. Berlusconi ha deciso che da oggi non se ne parlerà più e magari andrà proprio così. Si parlerà dei successi del governo e dell’infallibile rimozione dei rifiuti a Napoli, entro il mese. Le montagne d’immondizia che soffocano le istituzioni, quelle dovranno aspettare. Nelle democrazie gli uomini di potere rispondono all’opinione pubblica e all’opposizione. In Italia è il contrario.
In una democrazia si sarebbe discusso dello scandalo vero: e cioè l’incredibile commistione tra un alto dirigente della tv pubblica e il leader politico proprietario della rete concorrente. Invece il patto scellerato Rai-Mediaset è stato oscurato dal polverone suscitato dalle intercettazioni scabrose che tutti dicono di conoscere ma che nessuno di noi ha visto e che - come ha scritto D’Avanzo - sono state in parte distrutte e in parte messe sotto chiave a Napoli. Il monarca si è infastidito e ha usato tutti i suoi poteri, legislativo, economico e mediatico, per mettere a tacere le voci. Da padrone delle televisioni si è convocato per dare spiegazioni in una delle sue reti e poi si è sconvocato. Quindi ha deciso di chiudere l’incidente, nel corso di una conferenza stampa in cui non erano previste domande, con un monologo dove si è presentato ancora come martire della magistratura. Fine della ricreazione.
Berlusconi ha detto che queste vicende non interessano agli italiani. È doppiamente vero. Primo, perché quello che interessa o non interessa agli italiani, da molti anni, lo decide direttamente Berlusconi, da dominus assoluto dell’informazione. Secondo, perché davvero sembra importare poco. Quand’anche fosse deflagrato con la pubblicazione dei dialoghi veri, ormai mandati al macero, il caso delle ministre forse non avrebbe suscitato questo grande scandalo. Magari all’estero sì, ma non in Italia. La maggioranza dei cittadini non si è scandalizzata neppure quando Berlusconi, in campagna elettorale, ha definito ‟eroe” il boss mafioso Mangano. La maggioranza dei cittadini non si scandalizza quando, ogni giorno, vengono picconati pezzi di Costituzione e si attenta all’indipendenza della magistratura. La maggioranza non si scandalizza per l’avanzata di un regime feudale che trasforma i cittadini, poco a poco, in sudditi. A Berlusconi l’elettorato ha dato stavolta una delega in bianco. Qualunque cosa abbia fatto, faccia o dica, l’importante è che il premier mantenga la sua fama di mago e risolva con un colpo di bacchetta la crisi, tramutando il declino in nuovo boom economico. Una fede immotivata, visti i precedenti, ma nonostante questo incrollabile. Meglio, tanto più incrollabile quanto più irrazionale.
Tuttavia, poiché nessuna comunità riesce a sopravvivere senza un’istanza etica, non sarebbe giusto concludere che siamo diventato un paese totalmente amorale. Questa sarebbe almeno una soluzione chiara. Siamo al contrario una nazione che pullula di piccoli moralisti, ansiosi di ripristinare una legalità piccola ma feroce, nei confronti della piccola criminalità. L’antipolitica s’incarica poi di convogliare l’indignazione verso bersagli odaitissimi quanto irrilevanti. L’aumento di stipendio di un consigliere comunale oggi provoca inauditi furori, mentre ‟non interessa” che Berlusconi in quindici anni di politica si sia arricchito più di quanto potranno fare migliaia di amministratori locali in molte vite. Il mancato arresto di una borseggiatrice rom risulta assai più intollerabile della sicura impunità di grandi bancarottiere, colpevoli di aver rovinato migliaia di famiglie. La consulenza di poche centinaia di euro affidata da un assessore a una lontana parente, magari capacissima, suscita un’ondata di biasimo sociale, ben superiore all’eventuale nomina a ministro di un ex velina.
La circostanza che le ministre chiacchierate siano le stesse cui il premier affida i solenni compiti di promuovere nel Paese una battaglia per la meritocrazia e la pari dignità fra i sessi, aggiunge soltanto un tocco di grottesco alla generale perdita di senso. In tanti anni di egemonia, il berlusconismo è riuscito nel capolavoro. La vita pubblica italiana è ormai la replica perfetta della poltiglia televisiva. Un blob grondante di volgarità e stupidità dove si capisce benissimo chi comanda e chi serve, come si ottiene il successo, quali sono il ruolo delle donne e i compiti del pubblico: applaudire e ridere a comando. Chi non sta al gioco, è cancellato dallo schermo. Negli intervalli, passano gli spot. Perfino il presidente del consiglio interrompe le conferenze stampa ufficiali per far passare spot dei suoi manifesti di partito.
Alle minoranze dei non assueffatti, dei non rassegnati, fa male pensare al patrimonio di civiltà, cultura, intelligenza, opportunità che questo paese ha bruciato negli ultimi quindici anni per inseguire i problemi, le fantasie, i deliri, i progetti di un piccolo uomo. Ma al momento non s’intravvedono alternative all’orizzonte e i sondaggi che il Cavaliere sbandiera sono reali. È reale la perdita di memoria collettiva di una Macondo dove un giorno bisognerà trovare nuovi nomi per le cose. S’è perso il ricordo stesso della grandezza. Dopo aver riscritto la Costituzione materiale e la storia repubblicana, forse nei prossimi anni si riscriverà anche la letteratura. Nella prossima versione per le scuole dei I Promessi Sposi, Lucia la dà senza tante storie a Don Rodrigo, che se ne vanta al cellulare con l’Innominato e gli chiede di trovare un posto a lei e a Renzo. Don Abbondio siede da tempo alle massime cariche dello stato, Azzeccagarbugli è ministro di giustizia. È difficile però cambiare il finale, Perché in questi casi, alla fine, arriva sempre la catastrofe, arriva la peste. Per quanto Don Ferrante, ministro dell’economia, sia molto ottimista.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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