Nel momento e nel luogo solenni dell’addio, nel tempio di Adriano, Walter Veltroni aveva la faccia di chi non vede l’ora di fare una passeggiata in bicicletta a Villa Borghese. Di rado capita di vedere così ben incarnata l’espressione ‟sollevato dall’incarico”. Un uomo tornato quasi allegro, liberato da mesi di calvario. Un discorso bello. ‟Forse il suo migliore”, confida un dirigente dalemiano, senza neppure troppa ironia. Un discorso bello perché sincero. Un lusso e un piacere che i politici si consentono raramente, quelli di sinistra quasi mai, tanto meno i capi. Onesto a cominciare da se stesso. ‟Scusate, non ce l’ho fatta”. ‟Non sono stato capace”. ‟Forse sono più portato ad altri incarichi che non alla vita di partito”. Se l’è detto alla fine da solo, perché di certo i suoi collaboratori e perfino gli avversari non gliel’avranno mai detto. Non in faccia, almeno. E’ questo un altro problema del centrosinistra in Italia. I capi trovano il coraggio dopo le dimissioni e non prima, quando sarebbe servito. Il Walter ritrovato di verità scomode ne ha dette tante, per chi vuol capire. L’ha fatto veltronianamente, da buonista, ma l’ha fatto, alzando per un giorno il livello di una miserabile, ventennale rissa.
In quest’uomo che ha incarnato sempre, nel bene e nel male, vizi e virtù del romano moderno, la simpatia e l’autoironia, ma anche una certa riluttanza alla battaglia, nel giorno del congedo è spuntato un tratto da romano antico. Sarà stata magari la suggestione del tempio antico, ma un tratto stoico, al saluto finale bisogna riconoscerlo. L’invito alla solidarietà, ancora una volta valido anche per se stesso. ‟Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”. Le toccanti citazioni del grande Vittorio Foa: ‟Pessimista per il passato e ottimista per il futuro”. L’invito a non tornare indietro dall’idea del Pd, alla quale comunque è valso la pena di dedicare una carriera e una vita. E perfino quei ringraziamenti in coda ai compagni di strada di tutti i giorni, dagli autisti ai ragazzi volontari agli uomini della scorta, cui rinuncerà da subito, in altri circostanze stucchevoli, stavolta sono sembrati autentici. Li aveva in fondo cercati con lo sguardo per tutto il tempo, mandando cenni a ciascuno appena li scorgeva, verso il fondo della sala affollata di giornalisti e telecamere.
‟Quando si va via, è giusto ringraziare tutti, anche quelli che non si dovrebbero ringraziare”, mi disse Walter tempo fa. Pensava di dimettersi da mesi. Ma alla fine non l’ha fatto, non ha ringraziato chi non doveva. Soltanto Dario Franceschini e Piero Fassino, del quale si dice il ‟leale Piero”, come fosse un personaggio deamicisiano, con più di un’ombra di sfottò. Agli altri dirigenti, presenti e assenti, D’Alema e Rutelli, Marini e Bersani, ha riservato la stessa velenosa cortesia rivolta a Berlusconi in campagna elettorale, non li ha mai nominati. ‟Lascio senza sbattere la porta”. Ecco forse l’unica frase non sincera. Perché è nell’accostare la porta alle spalle la vera vendetta.
Lo si capisce dalle facce terree dei pochi dirigenti presenti. Tanto disteso è lo sconfitto Veltroni, quanto elettrici appaiono i tratti dei presunti vincitori. A cominciare da Pier Luigi Bersani, che almeno ha avuto il coraggio di sfidarlo apertamente e di venire di persona all’ultimo atto. Rutelli e D’Alema sono rimasti a casa. Tutta gente che da mesi discuteva di come e quando sostituire Veltroni. E oggi, privati dell’obiettivo, non sa più cosa fare. Se non prendere tempo, per approvare poi quel che è accaduto. Una specialità del centrosinistra, insieme all’altro infinito passatempo della questione identitaria. L’identità cattolica, l’identità post comunista, l’identità riformista. Tante identità utili a litigare sul passato e non a decidere al presente, qui e oggi. ‟Il discorso identitario non ci ha permesso di capire temi come la sicurezza, l’ambiente, le piccole e medie imprese e potrei andare avanti”, dice Veltroni. Potrebbe sì: la natura eversiva del berlusconismo, la portata del conflitto d’interessi, l’avvento di una nuova era mediatica, la questione del Nord, i movimenti, la domanda di laicità e di diritti civili, la difesa degli interessi dei lavoratori e in particolare degli operai, che non sono spariti col comunismo, eccetera eccetera eccetera. Tutte questioni che ora dovranno aspettare una risposta ancora per qualche mese, essendo il principale partito d’opposizione affaccendato in altre mediazioni fra identità per la scelta del reggente e poi del segretario e in futuro del candidato premier. Senza contare l’avvincente diatriba sul cambiamento delle regole congressuali, il tesseramento, le norme di accesso alle eventuali primarie, il ponderoso dibattito sul partito del Nord. Il tutto in un partito che non ha trovato ancora il tempo, fra tesi, antitesi e sintesi hegeliane, di individuare una sede fisica nella città di Milano.
L’addio anticipato di Walter Veltroni ha avuto il merito di rompere con un colpo di gong gli stanchi riti di guerra simulata delle tribù del centrosinistra. Significa che non c’è più tempo. La fine di un dramma personale, quello di un ‟capo espiatorio”, l’ennesimo senza erre, rivela il dramma vero, collettivo. Di un gruppo dirigente che rischia di essere ormai senza storia, e di un Paese intero che corre il pericolo di rassegnarsi a vivere in un regime senza opposizione.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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