In occasione delle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro, mi sono fatto un piccolo regalo, e adesso è qui, davanti a me, sulla mensola sopra la scrivania, accanto alla fila dei dizionari e al vassoio con gli accendini scarichi.
Per essere sinceri, non è che sono andato a cercarlo, ma mi è giunto inaspettato, sotto forma di occasione da non perdere. Giaceva nella vetrinetta in basso dove riposano le offerte speciali, nel negozio che io e mio nipote Richi chiamiamo segretamente ‟il negozio magico”, il posto dove ci riforniamo di tutto ciò che è necessario per il nostro colossale, interminabile, ingestibile, plastico ferroviario. Dunque era lì, negletto, male illuminato, restio a farsi notare, e mi ci è caduto l’occhio sopra solo perché, come si dice, certe cose ti chiamano. È un pezzo di modellismo ferroviario, naturalmente, un trasporto speciale delle ferrovie della Ddr, la cosiddetta Germania Orientale: un carro a pianale libero su quattro assi che carica il busto in bronzo di Lenin, Vladimir Ilyich Ulyanov Lenin, capo del partito bolscevico russo, presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo, artefice dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Quello di cui, immagino, avete sentito parlare tutti voi.
Fatti i debiti conti, l’originale di quel busto doveva essere alto non meno di cinque metri, e il modellino ricorda lo strano viaggio di quell’enorme faccione che, prima di arrivare a destinazione, attraversò negli anni ’70 tutta la Ddr, fermandosi nelle stazioni più sperdute a farsi ammirare dal popolo. Un viaggio davvero strano, e sfortunato, finito in un remoto angolo di un negozietto di modellismo, in liquidazione. L’ho pagato davvero due lire, e al negoziante non sembrava vero di averlo dato via. Se ci fosse stato il busto di Mussolini, mi ha confessato, ne avrei venduti una decina, ma quelli di sinistra non ne vogliono sapere di spendere per questo qui. Io ci ho comprato in più persino una vaporiera solo per lui, una gloriosa macchina entrata in linea nelle defunte ferrovie del Reich, e che ricordo di aver visto sbuffare nella campagna intorno a Dresda.
Io non ho conosciuto la Ddr; ho solo visitato Dresda, ascoltato musica nel suo splendido teatro, e cambiato metropolitana un paio di volte ad Alexanderplatz per spingermi ‟di là”, oltre il muro, fino al remoto quartiere di Pankow. Per quel poco che ne so non credo che ci avrei vissuto volentieri. Per il molto che ne ho sentito e letto, men che meno. Se devo esprimere un sentimento che mi ha suscitato passeggiare per Berlino Est - peraltro senza il minimo disturbo di polizia, spie e roba del genere che si sente dire -, direi che è di rabbia. E, sarò stupido, ma la cosa che più mi ha fatto rabbia, sono state le giacche a vento che indossava la gente. Il colore di quelle giacche, di un viola triste e opaco, la foggia, grossolana e sgraziata. Tutte uguali, una per ognuno. La bruttura di quel capo di vestiario comune e universale mi parlava, più di qualunque altra e più importante cosa, del fallimento di un’idea che ha coinvolto speranze e sogni di generazioni di uomini e donne, che non hanno avuto che quel sogno a disposizione per immaginare una vita migliore. Solo un pazzo paranoide può pensare che una buona e bella idea non debba saper offrire cose buone e belle. Persino buone idee per begli abiti. Non costa più fatica fare il bello, non richiede maggior sforzo il colore: la bellezza è gratuita, richiede solo sforzo di fantasia, apertura mentale, generosità di pensiero. Se nel Paese socialista più ricco ed evoluto, questa era la Ddr, tutto il colore che sapeva esprimere la programmazione del benessere e della felicità della nazione era il viola spento, allora era spenta e viola ogni cosa nella testa di chi la governava e dirigeva. E non faccio nessuno sforzo a immaginare come si possa rischiare la vita per saltare il Muro, e finalmente andare a scegliersi una giacca verde oliva, o rosso bandiera, o bianco sposa. Io l’avrei fatto.
Nel ventennale della caduta del Muro e di ogni residua illusione sul socialismo reale, guardo il mio modellino, il faccione di Lenin, e penso a quel suo viaggio surreale, a quel pellegrinaggio nello stile della Madonna Pellegrina; e mi chiedo che cosa ci fosse in quella testa a proposito di giacche a vento, colori e bellezza. Non che avesse avuto poco da fare finché è vissuto, ma se non ci ha mai pensato, allora, secondo me, è lì che va cercato il peccato originale dell’idea che sconvolse il mondo.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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