Là dove è più rara e preziosa, nei rarissimi pozzi goccianti nel cuore del deserto del Sahara, l’acqua non si può comprare. Non la si acquista perché è proibito venderla. È a disposizione di chi ne ha bisogno; non certo per lavarci la macchina, per farsi lo shampoo o l’idromassaggio, ma per essere bevuta, per fare le abluzioni di faccia e mani, per sciacquare le stoviglie sgrassate nella sabbia. Là, l’acqua come l’ombra di un’acacia, sono troppo preziose per la vita degli uomini perché possano essere proprietà di uno tra loro; anche in tempi poco adatti alla fermezza dei principi etici, il massimo che l’acqua del deserto può costare, è una piccola mancia al soldato, o al guerrigliero, che la sorveglia perché non sia usurpata.
In un’infinità di film del genere western, ambientati nei selvaggi territori delle grandi praterie povere di acque di superficie, il cattivo è impersonato dal proprietario terriero che sottrae l’acqua ai suoi vicini, e la trama del film è tutta riassunta in una drammatica guerra per affermare il diritto collettivo al bene dell’acqua.
Non credo che ci sia niente come l’acqua che evochi in modo così universale, anche in questa realtà di relazioni umane dominata dal profitto individuale, il principio della proprietà collettiva su un bene che non può che appartenere a tutti.
Per questa ragione, credo che la privatizzazione delle reti idriche pubbliche, più ancora delle sue conseguenze pratiche ed economiche, sia segnata dalle sue implicazioni di carattere simbolico.
È infatti soprattutto questo il tasto che pigiano gli oppositori della legge approvata dalla Camera l’altro ieri. E hanno ragione: consegnare la ‟nostra” acqua nelle mani di una multinazionale, è un’idea che può dare i brividi.
Ciò che gli oppositori tendono a non dire, è che il bene dell’acqua oggi non è solo gestito assai spesso in modo inefficiente e per niente rispettoso del suo valore, ma che la sua proprietà pubblica è una delle fonti di potere più preziose per il personale politico che l’amministra. Assunzioni, meglio se clientelari, appalti, preferibilmente amichevoli, sono una manna per la fame di consenso di ogni partito o frazione di esso, e un buon posto nel consiglio di amministrazione di una grande azienda consortile garantisce vita natural durante una posizione di potere che nemmeno un deputato della Repubblica può vantare.
Detto questo, siccome ho fondate speranze che la prossima generazione, o al massimo quella dopo ancora, si farà carico di una cruenta e salvifica rivoluzione del buon costume, sono dell’idea che è preferibile sopportare ancora il sopportabile nel settore del malcostume politico e pretendere che l’acqua rimanga pubblica, in modo che sia disponibile al buon governo che verrà. Rivolgersi contro gli incapaci assetati di potere, ha maggiori possibilità di successo di una rivolta contro un’anonima società per azioni con sede in Hong Kong.
Ma intanto l’acqua se la prenderanno appunto le grandi e anonime società, e c’è da scommetterci che, in un modo o nell’altro, il costo dell’acqua salirà, ineluttabilmente, sistematicamente salirà. E se è parecchio scocciante che questo vada a beneficio del profitto di un privato, anziché a maggior ricchezza della comunità, secondo me è anche la parte altamente educativa di questa faccenda.
Gli italiani – quelli che ce l’hanno, perché esistono anche i cittadini che di questo bene inalienabile non dispongono – disprezzano l’acqua. Gli italiani sono i più grandi consumatori mondiali di acque minerali, evidentemente perché l’acqua ‟del sindaco”, la loro acqua, li schifa. Spendono per l’acqua minerale cento, mille volte, ciò che spendono per l’acqua pubblica. Siccome l’acqua costa poco e niente, non può essere buona come quella in bottiglia.
Tre anni or sono, imitando l’uso universale dei tedeschi, ho investito venti euro in una brocca con filtro di carbone, e da allora spendo dieci euro ogni tre mesi per un filtro nuovo. In questo modo elimino gli elementi che possono rendere di cattivo gusto l’acqua del rubinetto: il calcare e il cloro. Bevo da allora un’acqua deliziosamente dolce e gradevole, spendendo cinque centesimi a litro, emancipato dall’orrenda schiavitù delle ‟confezioni da sei” da comprare e camallare. Non c’è stata persona che mi abbia chiesto un bicchiere d’acqua, non una, che abbia lì per lì creduto che la mia brocca funzionasse; non ce n’è stata una che poi non sia andata a comprarsela. Ma segretamente, vergognandosi di dover ammettere che ha speso per anni e anni denaro sonante per pura stupidità, e credulità, e pigrizia.
Se l’acqua pubblica costasse il suo valore, un valore immenso, diventerebbe una prelibatezza per tutti. Ci si arriverà, ma come sempre succede a causa del destino cinico e baro che ci domina, nel modo sbagliato.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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