Martedì scorso ho pensato che la mia vita fosse a una svolta.
Munito solo di vaghe speranze e di una ferma determinazione a non più soffrire, ho varcato la soglia di un fornito negozio e ho chiesto di provare le famose scarpe che fanno talmente bene ai piedi che ‟chi le prova poi butta via tutte le altre”. Sono mesi ormai che sono afflitto da un qualche accidenti ai pollicioni - che al momento la scienza podistica ancora non sa se sono più rigidi di artrosi o più storti di valgismo - che mi impedisce di fare ciò per cui credo ancora che valga la pena di vivere: camminare abbastanza per vivere nel mondo e capirci qualcosa.
Naturalmente, prima di entrare in quel negozio, le ho provate tutte: riposo, scarpe morbide, scarpe dure, applicazioni elettriche, elettroniche, ultrasoniche, cerotti protettivi e curativi, plantari dolci e coercitivi. Tutto. Quelle scarpe, frutto della laboriosa creatività svizzera, correvano da tempo nei si dice, nei magari provale, nei lui ce li ha e ci si trova bene, e chiedevano solo il coraggio di affrontarle come una realtà, e non come all’apparenza potevano sembrare: una sfida al buon senso pedestre, un frutto dell’indecifrabile umorismo svizzero.
Infatti, la loro unicità sta nell’avere le suole arcuate, e chi le indossa si trova nella posizione del cavallo a dondolo. A me il coraggio non manca, dunque sono entrato, le ho indossate e mi è sembrato di rinascere. Spariti dolori, tensioni, bruciori. Caracollando su e giù per il negozio, ho provato dopo così tanto tempo l’armonia del passo elastico e indolore, l’ebbrezza mai prima goduta di poggiare il mio corpo al suolo su un unico punto, dondolando leggiadramente come una foglia autunnale.
Ne ho comprato due paia, maniman che me ne rubassero un paio per la strada; anche se costano un occhio della testa, perché una svolta di vita non ha prezzo. Come spesso accade per le grandi svolte della vita in generale, la spinta propulsiva è data dalla cogente necessità e dall’ottimismo, due forze contrastanti generatrici di ogni progresso umano e personale. Come altrettanto spesso accade, subito dopo l’entusiastica svolta, ciò che ci attende è la dura prova sul campo, il quotidiano riscontro.
E infatti, queste nuove scarpe, hanno mostrato qualche controindicazione, un male adattarsi alla realtà di sempre, quella immutabile, indipendente dall’ottimismo della volontà. Se in linea retta e su terreno pianeggiante sono ali sotto i piedi, allo stesso modo dei cavalli a dondolo, e delle gondole non muniti di servosterzo, mostrano grosse difficoltà nelle svolte strette.
È arduo per questo, svolgere con praticità una delle attività più comuni di chi vive nel centro storco di Genova: svicolare e scantonare. Il passo si fa incerto e pesante, l’equilibrio incertissimo, i pollicioni tornano a dolere. E ieri, nella tumultuosa tratta ferroviaria Genova-Roma, ho verificato come sia del tutto controindicato provare a fare la pipì durante la corsa, cercando un punto di equilibrio e un passabile compromesso tra il dondolio delle scarpe e i sussulti dell’intercity.
Oggi, che mi accingo a un lungo viaggio, mi sono chiesto quali scarpe portare ai piedi in modo da fare ciò che devo e tornare a casa sano e salvo. E ho deciso per le nuove gondole della mia nuova vita, insidiata dai cantoni stradali e dalle toilettes ferroviarie. Perché in cuor mio so che non sono sbagliate le scarpe, ma il mio modo consueto si svoltare e fare la pipì.
Prima di rinunciare al bene inestimabile dell’ottimismo, prima di affossare una preziosa occasione, vale la pena di provare a inventarmi qualcosa, perché so, anche se non sempre mi piace saperlo, che nessuna svolta, nessun progresso, nessuna guarigione è gratuita.
Non posso aver dubbi che il laborioso svizzero inventore di quelle scarpe, le abbia provare in tutte le umane condizioni di deambulazione, e forse persino in equilibrio sopra un Wc in movimento sussultorio. Devo solo carpire il suo segreto, elaborare una strategia di apprendimento e adattamento, inventarmi un nuovo equilibrio.
Intanto, prima di partire, farò qualche telefonata a chi cammina da tempo sulle gondole, e consulterò i numerosi forum che sul web dibattono la questione. Perché, come per tutto il resto, il mio problema non è mai di me solo. E quando mi pare di essere l’unico essere vivente ad avere voglia e coraggio di dare una svolta alla mia sofferenza, è solo perché non mi guardo attorno.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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