Mercoledì, il giornale su cui mi leggete, questo giornale, uscirà in veste nuova; per l’austero e prudente gusto ligure, parecchio nuova. Me lo hanno fatto vedere e me lo hanno lasciato da palpeggiare e sfogliare. E mi è piaciuto. Nuovi contenuti in originali forme, più roba da leggere e più cose interessanti. E poi si tiene bene in mano, l’occhio ci casca sopra gradevolmente e si legge altrettanto bene, e di più, di gran parte dei meglio stampati quotidiani d’Italia. Dio sa se l’occhio vuole la sua parte, quando la metà dei lettori di giornali ha problemi di vista. Sono stati contenti nelle alte sfere che mi sia piaciuto,e anche piuttosto sollevati: io sono quanto di meglio in fatto di piantagrane e rompipalle abbiano a disposizione per testare la capacità persuasiva della loro nuova creatura. Sono in grande ansia nelle alte sfere del giornale, e nelle medie sfere, e persino nelle basse. Sanno ciò che è sotto gli occhi di tutti: che il giornale, l’informazione stampata su carta, così come è stata inventata e messa in circolazione tre secoli or sono, ha gli anni contati.
Sanno che se non sanno immaginarsi e costruire un oggetto insostituibili, quell’oggetto sarà sostituito in breve tempo da altri. Sanno che devono avere a disposizione un’intelligenza e una creatività che non è mai stata chiesta alle dieci generazioni di colleghi che li hanno preceduti. E l’alternativa è una sola: lasciar perdere, mettersi a fare dell’altro. Questo lo sanno tutti i giornalisti, redattori, direttori, tipografi del mondo. E lo so anch’io, e mio nipote Richi, e l’edicolante qui sotto, che comunque il suo stipendio se lo fa da un pezzo con i dvd e le figurine e i Gormiti. Lo sa Steve Jobs, genio profetico e astuto, che una settimana prima che questo giornale tenti la ventura di un‟ nuovo inizio” ha presentato al mondo l’iPad, la tavoletta che nelle sue ben studiate previsioni diventerà lo standard futuro per il consumo di informazioni, di qualunque genere di informazione, dalle notizie dell’ultima ora ai classici della letteratura, in video, audio e scrittura. Ma allora che senso ha darsi tutto questo da fare?
E che senso ha che io stia qui a scrivere il mio cinquecentesimo articolo su questo vetusto seppur nobile residuo della consumata civiltà di Gutenberg? Dovrei essere in questo momento a cercarmi un nuovo lavoro, visto che il mio mutuo prima casa scade ottimisticamente tra dieci anni. Guardate, con me la storia del fascino della carta stampata non attacca. So che c’è e che funziona: la mia compagna morirebbe se dovesse leggere un libro sull’iPad o trovasse chiusa l’edicola dove compra i suoi tre quotidiani. Ma se l’industria editoriale dovesse far conto su di lei e quelli come lei, potrebbe chiudere domani, perché rappresenta lo zero virgola qualcosa dei cittadini alfabeti di questo paese. Io sto scrivendo al computer e trovo infinitamente più affascinante la morbida luminosità ad alta definizione dello schermo che ho davanti e l’amichevole flessuosità della tastiera su cui diteggio le mie storie. No,non è questione di fascino,ma di necessità. La necessità di un lusso, se volete. Il giornale, un buon giornale, è un lusso.
È un lusso che paghiamo troppo poco e per questo non ci sembra tale. È un lusso la quantità di carta che sfogliamo, il lungo tempo che impieghiamo per leggerla; è un lusso l’applicazione intellettuale necessaria a comprendere e valutare un articolo che non sia semplice e nuda cronaca o annuncio. È un lusso lo spazio stesso dove riporre quella carta che ci dispiace buttar via, perché rimane pur sempre qualcosa in quella carta, fosse anche solo l’evenienza di fasciarci delle acciughe, per poterla considerare spazzatura; è un lusso fare i passi necessari per arrivare a comprarlo il giornale, sotto il sole cocente, sotto la pioggia a gronda.Ma siamo sicuri che i lussi, certi lussi, non ci siano necessari? È un lusso mantenere un paesaggio incontaminato, ma è proprio vero che la dignità della nostra vita potrebbe farne a meno? È un lusso persino un grande amore, ma siamo davvero tutti disposti a rinunciarci? Ma spesso il lusso confina e si confonde con lo spreco. E questo giornale sarebbe soltanto uno spreco se non fosse un buon giornale.
Questo è un buon giornale? Io credo che lo sia. Che abbia una dignità che le epoche non hanno consumato. Potrebbe essere migliore, deve essere migliore, e questo lo sanno tutti quelli che ci lavorano, perché sanno che il loro lavoro avrà una ragione di continuare ad essere solo se faranno meglio di quanto è mai stato fatto. Buona fortuna, buona fortuna a tutti quelli che vanno cercando di meritarla.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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