E se ne è andato, avendolo dichiarato per tempo in questo modo così definitivo da pensare che lo abbia fatto senza lasciarsi alle spalle alcun rimpianto, nella pienezza dell’uomo che è stato.
Ad avvisarmi che è morto è stata la mia compagna, che è una sua fan scatenata e non ha mai in cuor suo desistito dall’idea di andare un giorno a cercarlo a Lanzarote e convincerlo a sposarla, Pilar o non Pilar. Credo che glielo avrei lasciato fare senza rancore, avendo il senso delle proporzioni e sapendo con certezza che è il più grande tra i viventi. Lo era fino a un attimo fa. Mi ha parlato tirando sul col naso le lacrime che stava piangendo, ma alla fine la sua voce si è fatta sorridente e ha concluso la telefonata così: beh, certo non si può dire che sia morto in grazia di Dio. Una battuta sagace, attinente e confacente all’uomo che ha pensato di potersi compendiare in Caino, fratello e compagno, ma solo una buona battuta. Se c’è un Dio sono convinto che sia morto in grazia sua. Perché non c’è Dio di nessuna fede, di nessun popolo, di nessun uomo che possa resistere alle attenzione che Saramago gli ha rivolto per tutta la sua vita, per tutti i suoi romanzi. Quell’uomo ha trascorso la sua esistenza letteraria incaponito in una sola domanda incalzando un unico destinatario: Dio, perché? Nel modo ostinato fino alla ferocia che solo un figlio può riservare a un padre, allo stesso modo di Caino, non ha mai cessato di chiedergli conto di ciò che Dio si è assunto in sua potestà. Lo ha fatto quotidianamente per tutto ciò che di irragionevole e perverso e disumano attiene alla vita degli uomini e dell’intero Creato. La sua diuturna contesa con Dio ha generato una famigliarità tra loro che non credo possano vantare che pochissimi santi, rari profeti, certamente ben pochi tra i ferventi praticanti. Sì, tra loro era proprio una questione di famiglia, tra padre e figlio. Non so se si proclamasse ateo, ma se anche lo avesse fatto, chi ha letto i suoi libri non può che pensare alla fremente abiura che conclude, sempre provvisoriamente, le rivendicazioni di un figlio contro l’autorità paterna: tu non sei mio padre. Cosa assai diversa da chi dice: tu non sei mio figlio.
Di certo quell’uomo era comunista e anticlericale, in un modo così fermo e lampante, così indomito e sereno da far pensare che si ritenesse l’ultimo esemplare della specie. E magari lo è stato, almeno tra chi risulta alla notorietà. Il suo comunismo, così scarno di ideologia e denso di passione per gli uomini mi fa ricordare Filippo Buonarroti, e il suo anticlericalismo, così diretto e animoso, Giuseppe Garibaldi; uomini dell’antichità ormai, uomini della primitiva castità degli animi. In ogni caso questo naturalmente non significa nulla riguardo alle sue contese con Dio e su come Dio le avesse prese. Dio stesso, almeno a leggere il Libro da lui stesso ispirato, è stato più volte su inequivocabili posizioni anticlericali, e per quanto riguarda il comunismo, non risulta alcuna traccia di una sua decisa antipatia o contrarietà al riguardo. Questo Saramago lo sapeva bene. Ed era certo che essere l’ultimo comunista, o l’ultimo anticlericale, al mondo significava solo una responsabilità maggiore, una maggiore dedizione e fermezza, come deve essere di un uomo che testimonia per ciò che pensa e che è, comunque sia, qualunque sia la contingenza della storia; e lui, nei suoi non pochi anni, ne ha attraversate molte di contingenze della storia, drammaticamente avverse alla sua umanità.
Per questa ragione, per la sua convinzione che un uomo è dovere di testimonianza perenne di umanità, nei suoi ultimi anni si è persino adattato alla contingenza digitale e ha dato mano a un blog, immergendosi nella Rete per poter testimoniare il suo pensiero a una velocità incomparabilmente più efficace dei tempi imposti al lento farsi di un libro di carta. In Italia sono note perlopiù solo le sue posizioni decisamente avverse al primo ministro Berlusconi. Ma è bene precisare che lui non se la prendeva tanto con quell’uomo quanto con il popolo che se l’è scelto. Da comunista sorgivo credeva nel popolo e nella sua primazia e allora era al popolo che chiedeva conto, era con le sue scelte che contendeva. Come è giusto che sia.
E avendo cominciato con l’ultima frase del suo ultimo libro, che è appunto la biografia di Caino, concludo con la prima, l’epigrafe, di un suo vecchio romanzo, che parla del popolo e chiede aiuto a Almeida Garrett:
‟E io domando agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero dio individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro spropositato, alla demoralizzazione, all’infanzia, all’ignoranza nella crapula, alla sventura invincibile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco.”
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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