Scrivo e so già che c’è un ragazzo morto. Posso, in coscienza, fare il mio raccontino come se questa fosse l’ultima delle cose che ho visto? No, quel ragazzo è l’intera giornata, tutto il G8, tutta la realtà, l’unica realtà definitiva. Rileggo gli appunti che ho preso, ma non vanno da nessuna parte, hanno perso senso e ragionevolezza. È morto un ragazzo e tutto quello che so di lui è che ha un buco in testa, forse ha vent’anni e forse è spagnolo. È un ragazzo in maglietta riverso su del sangue che è suo.
Adesso tutto il resto non conta o conta soltanto perché porta lì, a quell’immagine.
Allora mi sta bene ricordare che la prima cosa che ho visto questa mattina sono stati i fiori e le ghirlande appesi alle grate della barriera di Salita Pollaioli. E ricordare pure che la prima cosa che ho pensato è stata: questa non è più la Zona Rossa, questa è Zona Morta. Stamane è sparito anche il minimo segno della città vivente, della città civile. Eccezion fatta per i fiori, per qualche lenzuolo appeso alle finestre dei grandi palazzi patrizi e una vecchietta, desolata vagabonda appresso al suo cane.
Non c’era la signora a parlare con la figlia alla barriera, e questo è stato il peggior segnale.
Non avrei voluto restare e me ne sarei andato, andato nella città di fuori, se solo mi avessero assicurato che sarei potuto tornare. Ma oggi la Zona è chiusa, mi è stato detto: o di qua o di là. Agghiacciante, precisa descrizione dello stato delle cose: oggi c’è un di qua per i potenti, gli addetti ai potenti e gli addetti all’informazione sui potenti e un di là per tutti gli altri. Di qua dotto’ sta ar sicuro, dellà stanno già a comincià lle rogne.
Di là dalle grate, oltre le muraglie di blindati e container, c’è la città, la città della gente, di tutta la gente che è rimasta e che è venuta, e alle dieci di mattina sbircio in lontananza verso levante il primo fumo, proprio mentre sopra il Ponte Monumentale planano leggeri e discreti, uno appresso all’altro, gli aerei degli ospiti attesi.
Se valesse ancora la pena di fare gli spiritosi potrei constatare un altro grande successo dei movimenti antiglobal: Via Venti questa mattina è già piena di merda. Non c’è stato uno sfondamento notturno né un bombardamento all’alba della componente ludica del movimento: sono i cavalli, centinaia di enormi cavalli da guerra della polizia che non hanno saputo tenersela.
Faccio il giro dei varchi. Per tutto il giorno altro non farò che percorrere il perimetro di ferro della Zona, come si vede negli zoo fare a tutti gli animali, feroci o mansueti che siano. Con me fanno il giro giornalisti fotografi di mezzo mondo, spaesati, ignoranti di cosa sia un sampietrino, del significato recondito della pioggia di aglio.
Alo varco di via Casaregis quelli di là dalla rete tirano appunto un bel po’ di teste di aglio e tre sampietri, di qua sparano fiumi di acqua e due o tre lacrimogeni. Raba da poco, screzi. Bruno Vespa oggi fa il reporter di strada armato di una mezza cipolla, rimedio principe contro i pessimi effetti del gas lacrimogeno. Chissà se è un personale ricordo o il buon lavoro della sua redazione.
Ma in piazza Dante non sono screzi, non proprio. Chi ha un po’ di esperienza di manifestazioni dovrebbe sapere che quelli di là non sfonderanno, non potranno e non vorranno. Eppure quelli di qua usano una durezza che è fatta per scaldare non raffreddare. È come se non bastasse il puro e semplice fatto che la barriera non verrà sfondata, ma si volesse difendere il principio che non lo si deve fare. Ho visto punire con gli idranti e i lacrimogeni tentativi simbolici, non assalti. Ho visto in piazza Dante caricare alle spalle il corteo che sta sfollando. Aho, come scappano, commenta soddisfatto il capoposto. Congratulazioni tenente.
Non un graffio di qua, niente di più pericoloso di un po’ di aglio. La Grande Muraglia neppure vibra sotto i colpi di quelli di là.
Di là dove per tutto il giorno mentre sfilavano decine di migliaia di pacifici, una banda di duecento trecento idioti criminali, auotoconvocatisi vendicatori del mondo offeso, metteva a ferro e fuoco la città, guardati a vista da ciò che rimaneva dei difensori dei potenti di qua. Guardati. Finché non è stato il momento buono per chiamare il morto. E il ragazzo è venuto.

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Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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