Esco di casa di buon mattino a vedere se riesco a trovare un po’ di provviste. Naturalmente ho provveduto per tempo alle scorte, ma qualcosa nell’organizzazione deve aver fallito, perché mi trovo con dieci confezioni di prosciutto crudo, diversi chili di frutta sciroppata e nemmeno un pezzo di pane. Incontro il signore del primo piano che è già di ritorno a casa con un sacchetto di patate. ‟Bombe!” è il suo saluto cordiale ‟Bombe!”. Si, ieri è stato il giorno delle bombe. Gli chiedo se ha paura. ‟Io?” risponde offeso ‟figuriamoci, sono nato, il giorno del bombardamento navale del 41!”. Io e lui siamo gli unici rimasti nel palazzo e da quello che vedo probabilmente gli unici di tutto il quartiere del Molo. In tutta la zona rossa ho contato cinque civili. Di tutta l’enorme macchina organizzativa del G8, forse la cosa che ha funzionato meglio, è stata l’evacuazione spontanea, silenziosa, a gratis, degli abitanti della Rossa. Un bel po’ di migliaia di persone che sono sparite nel nulla.
L’occupazione è completata. Solo umani militari e mezzi militari che presidiano il vuoto assoluto. Se questa è l’immagine del G8 se ne può solo dedurre che gli uomini più potenti del mondo possono solo incontrarsi nel niente, prigionieri né più né meno del sottoscritto di una gigantesca rete da pollaio. Mi chiedo se si sentiranno un pochino depressi, mi chiedo se non soffrano nemmeno un po’ per sentirsi così poco amati quando passeranno tra le saracinesche abbassate, le finestre chiuse.
Mi metto in cerca di un tozzo di pane. Alla barriera di Matteotti, chiusa, una signora sta parlando con una ragazza di là dalle grate. È sua figlia, una della zona gialla: si incontrano lì due volte al giorno per stare assieme qualche minuto. Da una radio pattuglia giunge notizia di una bottiglia sospetta in una fioriera a Bolzaneto. Bottiglia sospetta? Cosa rende sospetta una bottiglia? A San Giorgio due fotografi fanno togliere il passi e travestono da turiste due giornaliste niente male. Poi cominciano a scattare le immagini che domani racconteranno al mondo il grande spasso dei turisti nella città del G8.
E niente pane. In un bar ancora aperto arraffo i cornetti che sono avanzati dalla colazione della pattuglia posizionata accanto. Esco e mi casca l’occhio su un carabiniere che si sta infilando dentro un cellulare con le braccia stracariche di focaccia, buona focaccia genovese. Cristo, dove è andata a pescarla? Chiedo o non chiedo? Dall’interno del cellulare una voce autoritaria ordina: ‟Mi raccomando, non uscite con i ghiaccioli in mano.” Lascio perdere.
E me ne vado nella Gialla dal varco di piazza Cavour. Chiedo alla signora tassista come va. Lei mi chiede se per caso devo scrivere. Dico di no. Non riferirò quello che esce dalla sua bocca, ma se fossi nei potenti me li toccherei. Esci pensando di tornare alla vita, ma ti ritrovi nello stesso deserto. Piazza della Vittoria e corso Buenos Aires mettono lo sgomento da tanto che sono silenziose. Mi metto in cerca di un posto dove mangiare camminando in mezzo alla strada, senza curarmi dei semafori, fantascienza pura. Alla fine chiedo a un gruppo di poliziotti se sanno darmi una dritta. Come no, alla Pizzeria Marechiaro. E pranzo con non meno di duecento poliziotti a fine turno. Non avverto tensione o preoccupazione: è solo gente stanca e affamata.
E poi, finalmente, trovo segni di vita. C’è della musica e vado dietro alla musica; è così straordinario sentirla in questo deserto che cammino quasi a passo di danza. E così mi ritrovo a Sarzano. Non riesco a capire quanta gente ci sia, ma ne vedo abbastanza per rincuorarmi: da qualche parte Genova è piena zeppa di umani. Ragazzi perlopiù e piuttosto allegri. Sono i primi arrivati del temutissimo popolo vagante che ha costretto i potenti tra le grate. Non so bene cosa pensano al di là dei loro cartelli e di molti di loro non conosco neppure la lingua che stanno parlando, ma le loro facce mi piacciono.
Scroscia un enorme applauso: dalle finestre di un bel palazzo borghese una signora ha steso una lunga fila di multicolori mutande. Quel genere di arredo urbano che sarebbe bene evitare per rispetto a Lui e rispetto agli altri Sette.
Scendendo scopro che tutti i varchi sono stati chiusi, la Zona Rossa è stata completamente isolata, casa mia è momentaneamente esclusa dal diritto di uso e proprietà. Mi siedo su una barriera anti sommossa, prendo un volantino che mi è stato dato da un volontario della pace israeliano e sul retro comincio a scrivere il mio diario.

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Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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