Sono un uomo che nel passare delle epoche, nel sorprendersi a superarle, ha imparato le meraviglie dell'attesa e della pazienza; sono un uomo che, nonostante molte sconfitte che il trascorrere delle epoche gli ha lasciato da digerire, è ancora e ostinatamente ottimista. Continuo a svegliarmi la mattina con l'idea che le cose possono sempre prendere una piega migliore, e riesco a farlo persino quando piove da una settimana. Pazienza e ottimismo mi vengono dalla serena certezza che la storia non finisce mai e per questa semplice ragione non ha nessun padrone. E la mia vita, come la vita di qualunque altro umano, può avere chi pensa di essersela comprata, o se la voglia comprare, ma niente e nessuno che possa essere davvero padrone del gran finale: quello non è di nessuno, nemmeno mio se non so immaginarmelo. In definitiva, tutti i giochi, avendocene voglia, sono ancora da giocare, per me e per l'universo tutto. Magari sono pazzo, ma questa nuova epoca di generale orfanità, dove ogni persona che incontro giace nella disperante sensazione di trovarsi definitivamente orfano di qualcosa -orfani della giustizia, orfani dell'ideale, orfani del reddito, orfani di un leader....- io la sento gravida di promettenza, come promettente è l'orfanità quando la vivi come l'occasione per metterti finalmente alla prova della tua capacità, e della tua voglia, di cercare una nuova giustizia, un nuovo ideale, un nuovo reddito. Quando decidi che un uomo ha il dovere di mettersi ancora una volta per strada, e andare.
Sì, sono un pazzo ottimista, ma sarei bugiardo se dicessi che non sono stanco, scorato, appesantito dalle afflizioni. E ciò che sommamente mi debilita è la distesa del deserto che sto attraversando, il vuoto, l'assenza di un riparo. Per lungo tempo nella mia vita ho trovato riparo nella bellezza, e ora mi è fatica enorme trovarne. Io sono nato nella bellezza, anche se sono dovuto andare a scuola un bel po' prima di sentirne pronunciare il nome. Di certo in casa mia non ne ho mai sentito parlare: lì la bellezza non la sapeva dire nessuno, la bellezza la facevano, ognuno la sua parte. E sono cresciuto educato a riconoscerla, ovunque, e a provarci a farla io stesso. Quella che conosco io, quella che ripara me, come riparava gli uomini e le donne che mi hanno cresciuto dalla miseria delle loro vite, dalle sconfitte e dalle mortificazioni del quotidiano dei miserabili, è la bellezza inevitabile, evidente, plasticamente materiale, di una cosa ben fatta. Una cosa ben fatta è una cosa bella. Mi è stato insegnato a potare una vigna che ero un ragazzino, e una buona potatura è bellezza; la vedevo, e so vedere ancora in un filare ben potato un'armonia, un nitore, un'eleganza che è pura, gratuita bellezza. Allo stesso modo un buon pane è bellezza, una casa, un orto, una bicicletta ben fatti. Ho imparato per tempo che la bellezza è opera della dignità, e c'è dignità principesca in ogni uomo che sappia far bene una cosa, così come c'è infinita dignità in ogni cosa bella, veramente bella, fosse un'automobile che non potrai mai avere o la giacca che stai portando addosso. E come mi conforta la vista di un filare di vigna ben lavorato, così mi conforta ogni altra cosa che sia colma della bellezza della sua splendente utilità. Per questa ragione me la sono cavata in ogni epoca e in ogni luogo, anche nei peggiori, più oscuri e infami. Perché ho trovato ovunque da mettermi al riparo di un fatto di bellezza; c'è sempre un uomo, o un'impresa di uomini, ovunque e in ogni tempo ripeto, che non rinuncia al suo gesto di bella dignità. Sì, la bellezza ripara dalla rassegnazione, dal cinismo, dalla sconfitta definitiva. Questo in una bidonville di Rio, figuriamoci a casa mia, nel mio paese.
Ma ora vedo che non solo questa bellezza che io conosco è sempre più rara da incontrare, ma gli uomini di dignità che la fabbricano sono irrisi, perseguitati per il cattivo esempio che offrono: superbi e ineconomici. Vedo che hanno sempre meno figli e allievi, e quei pochi gli vengono strappati per essere adeguatamente ricondizionati all'indecoro in offerta speciale, l'unico ramo del fare e dell'essere che pare non soffra della crisi. E pensare che io direi che è lì il nocciolo della crisi.
Basterebbe domani prendere mezz'ora di tempo, rubarlo alla futilità per cercare un buon pane per nutrirsi, basterebbe che domani qualcuno aprisse un forno per farlo quel buon pane, e saremmo già nel cuore della resistenza all'epoca delle orfanità. Anche solo a partire da un pezzo di pane, e nel riconoscere dignità e bellezza a chi se ne nutre e lo fa.

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Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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