Le famiglie sono cambiate, in tutto il mondo. Lo dimostra il successo con cui La figlia di lui è stato accolto dagli editori esteri: negli Stati Uniti, in Spagna, Gran Bretagna, Grecia, Olanda, Germania e Ungheria, tra gli altri. Paesi molto diversi, che si sono subito contesi i diritti di traduzione del libro. Un romanzo ad altissima tensione.

“Ti darà filo da torcere da adolescente,” ha detto mia madre al telefono, “diventerai una rivale.”
“Più di così?” ho chiesto.
Ma può darsi. Più di così.

L’avversaria

L’idea è arrivata un pomeriggio d’inverno, in giro per la città, quando neppure ci pensavo: la scena iniziale, limpida in testa. “E adesso?”, mi sono chiesta. Non ho fatto nulla, l’ho lasciata lì. Nel corso delle settimane l’ho sentita montare, prendere spazio, diventare una storia. Finché è uscita dal corpo.

Ho scritto La figlia di lui in quaranta giorni. Quaranta giorni elettrici ed esaltanti, in cui ogni mattina mi svegliavo alle 4:30, scrivevo e poi andavo a insegnare. Era sempre in me, ovunque fossi: al parco mentre correvo, in università, in metro, a casa. Scrivevo appena potevo, ero dentro un flusso continuo, un’ipnosi.

Dopo quei quaranta giorni ho aspettato. Dovevo capire che fare. Se le pagine meritassero uno sviluppo, se fossero il nocciolo incandescente di un romanzo. Non ho pensato ad altro: come trattare quel getto feroce e salvifico, come dare equilibrio, giustezza. C’era solo un modo: lavorare il magma. Mi è costato fatica, ostinazione; tagliare, ricominciare, scavare. Aprire. Sono uscita da me e i personaggi hanno respirato, parlato; urlato, talvolta. Impersonando vicende di amiche e amici che vivono circostanze simili, in Italia e a New York. Ma ho anche inventato, immaginato. Camuffato, protetto. Esposto.

La figlia di lui racconta una situazione comune: il rapporto – teso, complicato – tra una donna quarantenne, che ha scelto di non avere figli, e la figlia del suo compagno. Scrivendo, ho scoperto quanto questo scenario sia diffuso, e lo capisco ancora meglio adesso che le persone vengono a dirmelo. Adesso che anche dall’estero arrivano curiosità ed entusiasmo: viviamo ormai in configurazioni famigliari non più solo tradizionali, ma nuove, spesso scomode.

In questo romanzo ho rappresentato una realtà che pare mancasse di una voce. Che sia così o meno, a me premeva scrivere con rispetto e rigore.

E con onestà.

Chiara Marchelli

La figlia di lui di Chiara Marchelli

Livia ha quarant’anni, è italiana, e vive a New York. Lavora come editor e traduttrice quando incontra Arno, americano, analista informatico, un uomo pacato e brillante: i due più che conoscersi si riconoscono, e presto fanno coppia. Ma, come spesso avviene dopo una certa età, …