Nella vita ho sempre cercato di pormi in ascolto. Più per istinto che per volontà.
Quando ero piccolo amavo il suono mite della voce di nonna Giulia. Mi raccontava spesso della sua infanzia. Con calma lei sistemava il solito cuscino sdrucito su una vecchia sedia impagliata, vi si sedeva e sospirando cominciava a raccontare, rievocando episodi belli e meno belli che avevano visitato e attraversato i suoi anni. Potevo rimanere ad ascoltarla per ore, incantato dal suo talento affabulatorio e evocativo mentre sferruzzava a maglia con una gestualità lenta e ripetuta che infondeva una grande serenità nel mio respiro.
Già da bambino, infatti, avvertivo e subivo il fascino delle voci vere, autentiche, capaci di sedurmi e farmi sognare, portarmi in un altrove lontano dalla realtà, dove poter evadere e lasciar sfumare per qualche istante le difficoltà di un’infanzia non sempre idilliaca.
Mi resi conto molto presto che le voci speciali, quelle che amavo intimamente e di cui avvertivo il desiderio, non appartenevano esclusivamente alle persone, potevano anzi scaturire da altre sorgenti. Fra queste, ve n’erano due in grado di irradiarsi nel mio immaginario con una forza davvero travolgente. Una nasceva dalla lettura di libri: storie, personaggi, atmosfere che mi facevano fantasticare e viaggiare lontano. L’altra la percepivo provenire forte e chiara dalla natura, soprattutto quando mi inoltravo da solo nei boschi. In montagna avvertivo sempre e immancabilmente una sorta di richiamo ancestrale, avito, in grado di rapirmi e riportarmi nella profondità della notte delle notti. Una specie di riconnessione con un tempo eterno, in cui delizia e potenza si intrecciano come sottili fili di fumo danzanti.
Avevano una loro propria e distinta voce le emozioni che provavo davanti a un tramonto infuocato sulle rocce alpine o di fronte alla prima nevicata, al vento fresco e sottile che soffiava sulla mia pelle oppure alla vista di un’aquila o ancora di fronte a un torrente o una cascata impetuosa. In ogni luogo della montagna sentivo e tuttora sento la presenza di un genius loci, uno spirito del luogo, che corrisponde a un personale richiamo selvatico unito alle presenze del passato, come quello delle leggende che sopravvivono alle generazioni, quello della vita e della morte che in natura si rincorrono, si inseguono e si sovrappongono in un unico afflato. Quello delle interconnessioni e delle relazioni infinite tra umano e non umano.
Iniziai a scrivere durante la mia giovinezza proprio per cercare di salvare e condividere coi miei lettori queste voci prodigiose, fondendole alla mia. E così ho continuato a fare. Più per istinto che per volontà, come dicevo. Perché non è vero che la montagna ci salva, come molti dicono e credono. Semmai siamo noi a doverla salvare. Soltanto così, riscoprendo la poesia del silvaticus, potremo sperare di salvare anche noi.
Matteo Righetto
Il richiamo della montagna di Matteo Righetto
Silvaticus significa appartenente alla selva, alla foresta, e si contrappone a domesticus. È una voce, un richiamo profondo che si manifesta talvolta in brivido di piacere, oppure smarrimento o, addirittura, estasi, misticismo, esperienza sublime e spirituale. È questa l’idea di…
Matteo Righetto
Matteo Righetto, scrittore e filosofo della montagna, vive tra Padova e Colle Santa Lucia (Dolomiti). Ha esordito con Savana Padana (TEA, 2012), seguito dai romanzi La pelle dell’orso (Guanda, 2013), da cui è stato …