Uno era steso sulla strada, aveva sangue rappreso sul volto di colore, vuota una manica della mimetica. Altri erano buttati su un pavimento, avevano fori di proiettile in fronte, medagliette e lettere sul torace scoperto, mosche a ronzargli intorno, gli scarponi del compagno sulla testa, finché un uomo veniva a spostarli per far vedere meglio i visi immobili, ridendo.
Altri, invece, erano ancora vivi e guardavano fissi un punto davanti a sé e lì non c´era la telecamera, non c´era chi li stava interrogando, ma soltanto il vuoto che rispondeva alla domanda: cosa faranno, adesso di noi, ci decapiteranno sulla sabbia come hanno promesso il giorno prima dell´attacco o ci rispediranno a casa come fecero dodici anni fa?
Uomini senza nome morti ammazzati. Uomini di nome Edgar o James, una donna di nome Shana, fatti prigionieri e mostrati alle telecamere della tv irachena e di Al Jazeera. E così, nel pomeriggio del quarto giorno dall´inizio dei bombardamenti, che la guerra mostra, finalmente, il suo vero volto. Giù la maschera. Basta con le cartoline luminose da Bagdad, il deserto divorato dai cingoli, il fuoco freddo, il fumo lontano, i marine appostati che aspettano pazienti, qualche schioppettata come rumore di fondo, l´invisibile resistenza irachena. Basta con "le bellissime immagini", grazie per il coraggio di chi le ha girate, ma la guerra è questa: immagini che fanno schifo, girate da vigliacchi, con l´aiuto di altri vigliacchi che mettono in posa i morti, gli tirano su la maglietta, gli svuotano le tasche e ne ridono.
La guerra è la paura dietro gli occhiali del soldato Percey (che "se gli iracheni non gli davano fastidio, non avrebbe dato fastidio a loro"), nelle mani del sergente James, che se le tiene strette tra le gambe perché non tremino. Non c´è niente di nuovo. Come dice, in quello stesso momento sui canali americani Donald Rumsfeld: "Non c´è guerra che non faccia vittime o prigionieri". C´è che, di solito, non li mostra in televisione. È vergognoso per i morti, umiliante per chi viene catturato, è contrario alla Convenzione di Ginevra. Ma la Convenzione di Ginevra, scusate tanto, sembra un vecchio paravento sfondato, qualcosa come il Consiglio di Sicurezza dellOnu, o i manuali di educazione civica che insegnavano il principio di autodeterminazione dei popoli e l´inviolabilità della sovranità territoriale. Togli un mattone, viene giù il castello e sotto ci restano schiacciati ragazzi di trenta anni.
Chi ha conosciuto qualche marine sa che sono molto diversi tra loro: ci sono gli sbruffoni che scommettono di passare con il jet sotto i cavi della funivia e quelli, seduti dietro, che si aggrappano ai sedili e pregano. Ci sono quelli che scrivono dediche idiote sulle bombe e quelli che sinceramente sognano il momento in cui le popolazioni sottomesse a una dittatura li accoglieranno come liberatori. A vederli in televisione, 4 dei 5 prigionieri appartengono alla seconda categoria. Solo il nero di El Paso, Texas, riesce a sorridere, a fare il finto tonto, evitando i tranelli delle domande. Gli altri hanno labbra secche e occhi sbarrati che chiedono aiuto a chi li sta guardando. Invocano una garanzia: che saranno trattati in maniera umana. È, anche questa, una regola che faceva parte di un gioco nel quale si è deciso, stavolta, di cancellarne qualcuna, tutte quelle ingombranti per arrivare a dama nel più breve tempo possibile. Poi, nessuna guerra ha mai rispettato troppe regole.
Più dura e meno regole rispetta. Questa ha soltanto cominciato prima. Negli occhi dei cinque prigionieri americani (almeno in quattro di loro) c´era l´angoscia di chi sa di essere finito nella casella sbagliata di un gioco al massacro, dove ogni puntata è al rialzo. Il regime iracheno minaccia di decapitare i prigionieri e il comando americano attacca per decapitare il regime. Ma il regime è ancora lì, e adesso sono lì anche i prigionieri. Ne abbiamo visti, alla tv irachena, anche dodici anni fa, ma era un´altra partita e quei cinque ragazzi lo sanno e per questo hanno paura. "Che cosa siete venuti a fare in Iraq?". La risposta vera è che sono stati mandati per tagliare la testa di Saddam, come dice Rumsfeld quando ci salva dal sovrapprezzo dell´ipocrisia. Loro non lo possono dire, debbono sopravvivere, come deve augurarsi anche chi guarda Iraq Tv o Al Jazeera. Ogni regola salvata è un passo indietro dall´orlo del precipizio, dove già molto è stato scaraventato, ma se ci cadono Edgar e Shana, cadrà anche chi li uccide e chi è rimasto a guardare.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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