George W. Bush ha trascorso una tranquilla giornata a "Sharm El President". Gli avevano detto che stava per mettere piede sul suolo arabo, ma a lui dev´essere sembrato Texas on the beach. Le bandiere americane, che altrove bruciano, qui svettano sui pennoni accanto a quelle egiziane. La notte l´ha accolto accendendo tutte le stelle sul deserto e le insegne di «Kentucky Fried Cicken» a Naama Bay. Il presidente egiziano Mubarak, ai piedi della scaletta, l´ha stritolato in un abbraccio così forte da non lasciar immaginare che si fossero visti per l´ultima volta poche ore prima in Francia: la lontananza spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi. Bush è venuto, afferma, a parlare di pace. E "Sharm El President" si è proposta come luogo ideale. «Città della pace», si proclama a caratteri di cemento. «Strada della pace» si chiama il rettilineo dall´aeroporto agli alberghi. «Possa la pace trionfare sulla Terra», è scritto in varie lingue su un piccolo obelisco che nessun turista nota, attraversando il lungomare. C´è anche un enorme bassorilievo colorato dedicato ai «Portatori di pace», dove figura l´immagine di Bill Clinton, ma a quello si può rimediare: non sarebbe la prima volta che Bush fa cambiare l´iconografia in Oriente. Nell´attesa, è cambiato il menù: il Sofitel, pur essendo albergo francese, ha fiutato il vento di Evian, proponendo agli ospiti, invece della notte beduina, la serata americana, con cena a base di hamburger e tanto ketchup per cancellare dalla vista le french fries.
Nel manifesto che l´annuncia c´è anche un disegno della Statua della Libertà, che doveva stare in Egitto, sul Canale di Suez, e propagare la luce verso l´Asia, poi finirono i soldi e il progettista francese la vendette agli americani. Il commerciante egiziano a cui lo racconto non lo sapeva; in compenso, conosce un «segreto legame» tra Egitto e Usa, ma, dice circospetto: «Debbo procurarmi la prova, torna più tardi». Che sia una giornata diversa dalle altre si intuisce dal silenzio. Non sono atterrati i charter del tutto compreso. E hanno messo il silenziatore al muezzin della grande moschea, a un chilometro dal teatro del summit.
Lo spiegamento di forze è doppio rispetto al solito: c´è un militare ogni dieci metri, spalle alla strada, sguardo rivolto a quel nulla apparente da cui può arrivare la minaccia. Uomini della sicurezza, in borghese, stanno in piedi sulle dune, scrutando cielo e deserto: da lì, già una volta, nel '67, i nemici arrivarono a sorpresa. Non succederà di nuovo. Omar Suleiman, l´uomo più fidato di Mubarak, ha messo il Sinai sotto controllo: è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che inosservato. Bush ha potuto dormire sereno al "Four Seasons", qui non ha nemici. Quando arrivano i giornali del mattino e mostrano la sua immagine accanto a quella di Mubarak i commessi dei negozi di Naama Bay la guardano senza indignarsi. Qualcuno è rassegnato: «Bush non buono, ma più forte», e alza le spalle. Qualcun altro è fiero: «E´ venuto in Egitto, siamo importanti». Che questo sia Egitto, è un´opinione.
Quando scriveranno la storia di Sharm racconteranno che in principio era il deserto, poi vennero gli israeliani e cominciarono a costruire, quindi tornarono gli egiziani e aprirono le porte all´invasione italiana. Qualche archeologo guarderà perplesso antiche insegne che annunciano: "Il Papiro del Grande Fratello", "Lo Strafico", "Gioielleria Ciro & Felice.com". Osserverà curioso i resti di un grande orologio posto nella hall di un albergo che fece precipitare al summit con largo anticipo una giornalista americana: era indietro di un´ora, seguiva il fuso di Padova, come la maggioranza degli ospiti. Ritroverà stupito tracce della leggenda dell´estate maledetta, che non è questa, con presenze ridotte della metà, quasi tutte dalla Russia, ma una stagione degli Anni Novanta di cui pochi sussurrano. Accade che, nella stessa settimana: un animatore s´impiccò alla recinzione del campo da tennis, tre amici in cerca di sballo annegarono ubriachi in piscina, una sposina novella, sobria, li emulò a tre metri da riva. Carenti gli obitori, fu requisito il ghiaccio dei bar per conservarli. Era un´altra, primordiale, epoca. Oggi "Sharm El President" è un «luogo spettacolare» (parola di Bush) a cui non manca niente. Soltanto, ma dopo questo spot i tempi sono maturi, un´infornata di turisti americani carichi di dollari. E qui torna in scena l´egiziano che conosce un «segreto» e ne ha la «prova»: un dollaro. Mostra, sul retro della banconota, una piramide. Sotto c´è scritto: «Novo ordo saeclorum». C´è chi sostiene sia un simbolo massonico. L´egiziano ha un´altra teoria: «L´America instaurerà il nuovo ordine mondiale, che durerà nei secoli, ma per farlo dovrà passare, come Napoleone, come Alessandro Magno, dall´Egitto», dice battendo il dito sul dollaro, poi indicando il cielo che Bush ha già riattraversato, per andare a scoprire se anche la Giordania è spettacolare e assomiglia al Texas.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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