"Vuoi ascoltare la lingua perduta di Gesù?", domanda padre Paolo, monaco desertico, formazione gesuitica, barricato a Mar Musa, ospitale fortezza di roccia e fede a cinquanta chilometri da Damasco. Uomo paziente, ma perentorio, non aspetta neppure la risposta. Indica un punto nel nulla che precede l´orizzonte e gli dà un nome: "Maaloula".
Quando il microbus ci arriva, scarica i passeggeri in un villaggio aggrappato alla montagna che qualcuno profanamente considera "la Matera d´Oriente". Prima dell´11 settembre 2001 ci venivano 70mila visitatori ogni anno (ora, un decimo). Non per vedere le case tra i sassi; non per il convento di santa Tecla che, inseguita dai malvagi, per sfuggire avrebbe fatto aprire la montagna (maaloula significa spaccatura); non per le icone e l´altare pagano nella chiesa di San Sergio. Venivano per ascoltare, camminare nelle strade assolate e farsi entrare nelle orecchie l´aramaico, la lingua parlata da milioni di persone in quello che sarebbe stato il tempo di Gesù e sopravvissuta, oggi, tra le labbra di qualche migliaio. La maggior parte era qui, in questo paese di duemila abitanti e in altri due vicini, Jabaadin e Bakhaa, benché musulmani.

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La piazza di Maaloula è un cerchio nella polvere. Sulla circonferenza, negozi di alimentari vendono pizza e Master Cola, annunciandosi con scritte in arabo e francese. La voce del muezzin arriva puntuale ad annunciare l´ora della preghiera in moschea. Non un solo suono nell´aria rivela diversità dal resto del Medio Oriente islamico.
Salgo alla chiesa di San Sergio, affollata da turisti canadesi. Un sacerdote celebra per loro una messa in inglese. A un certo punto, come un´attrazione, sbuca un prete libanese che recita il padre nostro in aramaico: "Abunah ti bismo, yickattas esmax, ytele molkax...". L´uditorio ascolta, affascinato. Ecco almeno uno che parla la lingua di Gesù: "Veramente so soltanto questa preghiera", smentisce. Dice di averla imparata da un libro. Fruga nella canonica ricavata in una grotta e ne trae un volume nero, con il titolo in lettere dorate. Mostra la foto dell´autore: Hanna Francis (1915-1995). Era un ragioniere di Maaloula, diplomato in convento, soldato con l´esercito francese prima, quello siriano poi, padre di sei figli. Negli ultimi giorni lo tormentava un´ossessione: la lingua in cui aveva parlato per tutta la sua vita stava morendo con lui. Molti, nel villaggio, non la usavano più. Pochi la insegnavano ai figli.

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Il maestro Rizkhalla, quello che non voleva essere chiamato oustez in arabo, ma sita, in aramaico, era andato in pensione. Lo studio della lingua era stato reso facoltativo. Madre Belaja, al convento di Santa Tecla, aveva chiesto fondi al governo per finanziare corsi, ma le avevano risposto di avere problemi più urgenti.
L´anziana signora Fader continuava a usare quelle parole che, diceva, la facevano sentire più vicina a Cristo, ma non uno dei suoi quattro figli e quindici nipoti la capiva. Studiosi tedeschi arrivavano dall´università di Heidelberg per imparare l´aramaico e i cittadini di Maaloula lo dimenticavano: una lingua orale, priva di un alfabeto codificato muore senza lasciare tracce. Il ragionier Francis cercò di salvarla dandole quel che le mancava: un alfabeto. Lo "inventò" mischiando aramaico antico, siriaco e influenze greche e arabe. Diede un segno a ciascuno dei suoni agonizzanti di Maaloula, creò un piccolo dizionario e intitolò la sua opera "Aramaico parlato – Il linguaggio di Cristo".

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Perfino il vescovo ortodosso che ha scritto la prefazione trova il tutto "un po´ arbitrario, ma efficace". Il ragioniere morì senza vedere pubblicata la sua opera e, al suo funerale, i figli ricevettero condoglianze prevalentemente in arabo. Per questo uno di loro, il dentista Issam, ha pubblicato il volume a sue spese e ora, nella sua casa all´ingresso del paese, proclama orgoglioso di avere ormai esaurito la prima edizione. Possiede tomi sulla storia dell´aramaico.
Ne ricostruiscono la storia: gli esordi nel 1000 a.C.; la diffusione come lingua principale del Medio Oriente, ufficiale per il commercio; il declino forzato al sorgere dell´Islam. Maometto si annunciò, anche, come profeta di una lettera: la "dod" dell´alfabeto arabo, contenuta in ogni verso del Corano e teoricamente impronunciabile correttamente da un "infedele". La scomparsa dell´aramaico fu, anche, l´esito una battaglia per il predominio religioso, combattuta con l´appoggio dell´autorità: la Turchia adottò perfino proibizioni legali.

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Nella sua catacomba linguistica il dentista ha un censimento dei custodi della lingua di Gesù: ci sarebbero 400mila arabi cristiani e 15mila ebrei sparsi nel mondo, dall´India al Kurdistan, dall´Iraq all´Australia, dove una stazione radio trasmette in aramaico. C´è un uomo di nome Nissan, a Tel Aviv che conserva come una reliquia un libro scritto da suo nonno 150 anni fa nell´alfabeto antico. C´è, a Detroit, un vescovo caldeo, nato a Bagdad, che predica in aramaico. C´è un tipo di nome Steve Caruso che ha creato un sito Internet per gli amanti della lingua perduta. E c´è, ovviamente, Mel Gibson che ha deciso di girare un film sulla vita di Gesù facendo recitare gli attori in latino e aramaico, senza sottotitoli: quaranta milioni di dollari e lo capiranno un dentista, un maestro in pensione e l´irriducibile signora Fader.

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Poi c´è una profezia scientifica, su cui concordano il professor Mustafi da un´università israeliana, il suo collega Tazbar dalla California e, perfino, il maestro Rizkhalla: "L´aramaico sta per morire". Dubbi solo sulla data: massimo, ancora quarant´anni. Minimo: è già successo e non se ne sono accorti. Una lingua muore quando non si rinnova e non si diffonde. Il maestro in pensione continua a registrare cassette con proverbi e canzoni che solo i turisti comprano. Il dentista suggerisce ai clienti di fare esercizio scritto: dente si dice senna, lingua lissona. Poi mi accompagna in sala per il caffè. Presenta sua moglie, conosciuta a Damasco, a cui non ha mai potuto dire che per lei era idlel, un cuore in tumulto. In un angolo, i quattro figli guardano la televisione. La maggiore indossa una maglietta con la scritta "Smoked salmon". Hanno gli occhi allo schermo: un canale satellitare trasmette uno dei tre (per ora) film in cui Kevin Costner gioca a baseball. "Strike out!", grida l´arbitro. I sottotitoli traducono in arabo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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