All´apparenza non si spiega: The Passion, il film vetero-cattolico di Mel Gibson sul martirio di Gesù Cristo è un trionfo nei Paesi islamici. A tutti i livelli. È piaciuto ad Arafat che l´ha visto nel suo bunker di Ramallah trovandolo commovente e storicamente accurato. Ha entusiasmato gli imam sciiti del Qatar, superando il vaglio di una censura che abitualmente impedisce di mostrare l´immagine di qualsiasi profeta riconosciuto dal Corano. Genera file fin dal mattino davanti ai cinema di Damasco, dove hanno dovuto aggiungere uno spettacolo alla programmazione. Raccontano di donne velate che escono in lacrime. E nella Beirut multiconfessionale ha più pubblico nelle sale dei quartieri musulmani che in quelli cristiani.
Ho provato a chiedere un´interpretazione a un amico scrittore libanese, Jad El Hage, convinto maronita. È andato in un cinema della islamica Tripoli, insieme con quattro amici del suo villaggio natale, tutti musulmani e persone semplici. A loro è piaciuto molto di più. "Per forza ? ha commentato ? hanno visto il nostro capo fatto fuori, e a volerlo erano gli ebrei". La spiegazione non mi ha persuaso. Ho vinto la mia repulsione nei confronti di tutta l´operazione e sono andato a sedermi in una platea di Beirut, guardando alternativamente lo schermo e il pubblico. Ai titoli di coda avevo tre possibili ragioni del perché la "Passione" parla agli islamici, ma solo la terza era definitiva e convincente.
La prima si basa su un effetto ottico e auditivo. Nessuno resta a leggere i ringraziamenti al comune di Matera che scorrono alla fine. Tutti restano convinti che lo sfondo della crocifissione sia la Palestina. La somiglianza è straordinaria. Dalle prime sequenze un film girato in Basilicata con un cast in prevalenza italiano dà, qui, una più familiare impressione. Parla un´altra lingua, letteralmente. Ma quell´aramaico scelto da Mel Gibson realizza il secondo "trucco".
Non solo commuove i siriani, ultimi a parlarlo. È la sua somiglianza all´arabo a colpire. Quando, torturato, Gesù Cristo alza gli occhi al cielo per invocare "il suo Dio", dice "Ya Hillah" e il pubblico sobbalza perché sono praticamente le stesse parole della perpetua invocazione islamica. Non basta questo, c´è di più. La seconda ragione di identificazione è di carattere politico. La similitudine è evidente per chi la voglia leggere (e tutta la sala lo fa). C´è una terra d´Oriente. Su quella terra comanda un impero che si è affermato grazie alla superiorità militare. L´impero tuttavia modella le proprie scelte sul volere di una casta religiosa e per soddisfarla, garantendone la sicurezza, decreta il martirio di un innocente portatore di verità rivelata. La madre del martire è una donna che soffre, ma sa contenere il proprio dolore perché conosce la grandezza del sacrificio del figlio. Quale sia stata l´interpretazione in chiave moderna di Arafat e di molti altri, è scontato.
Ma neppure questo basta a spiegare la passione araba per la "Passione". Se così fosse, allora ci sarebbero state code per l´esplicito film palestinese XXX, che invece è piaciuto più in Europa che in Medio Oriente. Il motivo vero è, credo, più profondo e sorprendente. Affonda proprio nella visione religiosa del film. Mel Gibson racconta due ore di martirio con un prologo e un epilogo di pochi secondi ciascuno. Non conta né la causa né l´effetto di quel martirio. Non c´è bisogno di una motivazione che lo preceda, è una consegna totale alla sua necessità. La consolatoria ipotesi di una resurrezione è ridotta a una fuggevole inquadratura. Importa il sacrificio e su quello si indulge. Le lunghe sequenze di flagellazione, lo squarciarsi della carne e l´insistenza sul sangue hanno avuto un effetto choc sul pubblico cristiano. Appartengono a un immaginario religioso e a un rito celebrativo così perduto nel passato da sembrare, oggi, innovativi. Ma per l´Islam questo è presente storico che non passa. Il selciato arrossato dal sangue di Gesù è simile all´asfalto delle strade arrossate dal sangue dei celebranti che si tagliano la testa durante la ricorrenza dell´Ashura. Per gli sciiti in particolare la "Passione" di Gibson è la loro. La sua estetica che a noi appare, sia detto, kitsch, è la loro: manti neri, zampilli rossi, spiragli bianchi. A Gesù nulla è risparmiato. Al martire Ali, nipote di Maometto e martire sciita, fu, dopo l´uccisione, tagliata la testa e infilzata su un palo. Così lo ricordano "con il sangue e con il cuore". Lo spettacolo di un corpo martoriato fa ancora sussultare un pubblico occidentale, ma i giornali arabi hanno pubblicato in prima pagina dettagliate immagini di quel che restava dello sceicco Yassin, dilaniato da un missile. Cattolici ferventi possono condividere il messaggio della "Passione", ma islamici, anche fondamentalisti, ne possono, ancor più, apprezzare il percorso. Ironia della sorte, universalità del significato o indiscriminata globalità del botteghino che sia, Mel Gibson, convinto che la salvezza sia concessa solo ai cattolici come lui, ha fatto un film che parla anche e soprattutto a masse di condannati, adesso e per l´eternità.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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