Nella bara di fuoco di un’Alfa Romeo bianca giacciono il cadavere di un libero pensatore e le speranze che aveva nutrito e perduto nella "primavera libanese". L’assassinio di Samir Kassir è un messaggio. Per decifrarlo bisogna considerare tre cose: il modo in cui è avvenuto, la personalità della vittima, il contesto dell’azione. Alla fine ogni cosa risulterà più chiara, ogni avvenire più oscuro. Alle 10 e 45 di una mattina soleggiata un uomo di 45 anni esce dal portone di una casa nel quartiere cristiano di Achrafieh, zona est di Beirut, a pochi metri da un grande centro commerciale. Porta un abito di stoffa leggera, il volto è incorniciato da una barba curata. Sua moglie, giornalista per la tv Al Arabya, è all’estero per lavoro. Apre lo sportello e posa la borsa, che contiene libri e documenti, sul sedile a fianco. Samir Kassir scrive molto. è professore all’università Saint Joseph. Ha pubblicato un testo di 700 pagine sulla storia del Libano e, da ultimo, una brillante analisi "sull’infelicità araba". A Beirut, però, è conosciuto soprattutto per la sua rubrica del venerdì sul quotidiano An Nahar. è un’oasi di indipendenza intellettuale. Kassir, a differenza di molti, non si concede dietrologie o vittimismi. Non è in affari con nessuno. Non punta a una carriera politica. Scrive quello che pensa. Ha, di conseguenza, pochi amici e molti ammiratori. Nei ristoranti, la sera, capita che signore della borghesia si avvicinino al suo tavolo e gli allunghino la mano dicendo, semplicemente: ‟Grazie”. Lui stringe la mano e rifugia lo sguardo dietro il fumo di una delle Gauloises che accende a catena. Comunista da giovane, da sempre si batte per l’indipendenza del Libano dalla Siria. Più di ogni altro conosce e punzecchia il regime di Damasco. I suoi attacchi non sono mai cannonate alla luna, ma colpi mirati di un cecchino informato. Ha ottimi rapporti con i dissidenti siriani e ne fa uso. In Francia durante gli anni della guerra civile, ha la doppia nazionalità. Il suo passaporto libanese viene tuttavia ritirato nel marzo del 2001, al rientro da un summit dei leader arabi che aspramente critica, tenuto ad Amman. Non è una sorpresa: da oltre un mese i servizi libanesi lo tengono sotto controllo, lo seguono platealmente, interrogano i vicini sul suo conto, cercando di isolarlo. Il generale Al Sayed, che li comanda in nome e per conto di Damasco, gli ha telefonato a casa, minacciandolo. Kassir scrive che ‟la Siria deve andarsene, ma non deve ritirare soltanto i soldati, deve rinunciare all’influenza politica, altrimenti sarà soltanto teatro”. La sua presenza viene bandita da tutte le televisioni. La stampa lo difende come può. Anche l’allora primo ministro Rafiq Hariri fa quel che può: lo invita a cena. Nei giorni seguiti al suo omicidio, Kassir è tra le menti del movimento indipendentista. è lui a scegliere i colori, bianco e rosso come la bandiera, per la protesta. Scarta il blu ‟perché farebbe pensare a Israele”, scarta l’arcobaleno ‟perché appartiene al movimento gay e questo è un dannato paese macho”. Il giorno delle dimissioni del premier filo siriano Karami vede, dalla scheggia di vetro dove ha sede An Nahar, piazza dei Martiri in festa. Un malanno alla schiena lo costringe ad appoggiarsi a un bastone per camminare. Eppur scende quasi correndo. Quando sale sul palco è in lacrime. Dice: ‟è la prima volta che succede”. Non è chiaro se si riferisce al pianto o alla piazza. Ma Kassir è anche un uomo che sa guardare avanti e capire quale è la prossima tappa. Mentre, a migliaia, gridano in maniera indiscriminata contro la Siria, legge una dichiarazione dei dissidenti siriani in appoggio al movimento indipendentista libanese. Invita a mantenere relazioni con Damasco, a spingere per il cambiamento anche oltre confine. E mentre tutti celebrano la partenza di un esercito straccione, fatto di ragazzi baraccati, denuncia che troppo rimane: l’influenza politica, l’occulta presenza dei servizi. Pensa che per il Libano la vera battaglia stia cominciando adesso. E nel modo peggiore. Andando contro gli interessi del suo editore e direttore, Gebran Tueni, appena eletto in Parlamento grazie ad alleanze a tutto campo, Kassir dice: ‟Bisogna farla finita con i vecchi signori della guerra. E con il confessionalismo”. è deluso dalla farsa elettorale e dal mercimonio di cariche che ha avviato. Sta per scrivere la sua rubrica del venerdì. Accende il motore ed è un uomo morto. La sua Alfa Romeo viene distrutta dall’esplosivo, la Mitsubishi che le sta davanti ha appena il vetro posteriore infranto. L’ordigno usato è ad altissima precisione. Se la tecnica è anche una firma, non è esattamente così che, di solito, agiscono i servizi siriani: hanno piuttosto la tendenza ad aprire crateri e non preoccuparsi di chi ci cade dentro. Durante la guerra civile di giornalisti ne ammazzarono due: uno fu trovato con la mano destra significativamente sciolta nell’acido. Viene da pensare che, se i mandanti sembrano scontati, gli esecutori possano non esserlo. Emissari dei servizi siriani sono stati avvistati nel Nord del Libano, ma la loro rete potrebbe estendersi altrove. Esaminiamo il contesto del delitto. Le elezioni di domenica scorsa a Beirut hanno detto una sola cosa importante. Quella cosa non è la vittoria del blocco "monopolista" capitanato da Saad Hariri. La cosa è che ha votato il 27% degli aventi diritto. La democrazia è, anche, matematica. Il tempo è, anche, strumento di giudizio. Usiamoli: tra il 7 e il 14 marzo circa due milioni di persone scesero in piazza a Beirut per affermare la loro opinione. Tolti quelli venuti da fuori, resta che almeno tre quarti degli abitanti sentì il bisogno di esprimersi. Due mesi e mezzo più tardi solo un quarto, fragile piedistallo per una democrazia, fa il semplice atto di votare. Significa che questi due mesi e mezzo hanno generato lo stesso scontento che divorava Samir Kassir, annunciato quel che lui chiamava "il ritorno dei dinosauri". Qui e ora, che partita giocano "i dinosauri"? Una partita doppia: sul tavolo ci sono le tre cariche istituzionali e il disarmo di Hezbollah. I sunniti avranno la presidenza del consiglio: con l’attuale tecnico Mikati se vorranno guadagnare tempo, con Saad Hariri se tenteranno la spallata. E la stanno provando. La spallata sarebbe far fuori dalla presidenza il cristiano maronita Lahoud. Uomo che conosce la legalità quanto l’eleganza ha preannunciato: ‟Non mi dimetterò neppure se me lo chiederà tutto il Parlamento”. Secondo la Costituzione, basterebbero due terzi. Per averli, Hariri&Jumblatt&soci hanno proposto un patto all’attuale presidente del Parlamento, lo sciita Berri: ti confermiamo se ci dai i voti contro Lahoud. Berri, capo della milizia Amal, si è alleato al sud con Hezbollah e ha rilanciato domandando garanzie per conto terzi. Il piano alternativo, quello che piace di più a Washington e Riad, è: Mikati premier a tempo, fuori subito Berri, presidenza del Parlamento a Hussein Husseini, che lo precedette nella carica, che scrisse l’accordo di Taif, che è una figura istituzionale e che, non per caso, in questi giorni viaggia o manda emissari tra Arabia Saudita e Stati Uniti. Lasciando a Lahoud una presidenza svuotata, partirebbe prima l’assalto per il disarmo di Hezbollah, privato di un alleato chiave, poi a quel che resta del teatro dei burattini messo in scena da Damasco. Nell’uno e nell’altro caso, i siriani e le milizie sono sotto scacco. Come uscirne? Provocando il caos. L’ultima rubrica scritta da Samir Kassir si intitolava "Errore dopo errore". E il suo omicidio, probabilmente, non sarà l’ultimo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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