Bisognerebbe -credo- avere avuto per nome un giorno Saulo ed essere stati poi, una certa età, un certo viaggio, trafitti squassati da una visione immane, da un accadimento interiore talmente possente da annichilire ogni cosa che in noi è stata, ogni parte del noi che siamo; così da uscirne talmente frantumati, consumati in noi stessi, da non poter far altro che rinascere da lì, riprendere il cammino per tutt’altra direzione, avendo preso per sé a nome Paolo. Bisognerebbe -certo- essere Saulo e poi Paolo nel tempo di sconvolgimenti globali, partecipi del cozzare di epoche l’una contro l’altra, di culture millenarie in dissolvimento, imperi e popoli in magmatica contaminazione. Allora potremmo partecipare senza riserve di una lettura altrimenti ancora oggi per noi, comunemente noi, troppo complessa se non estranea; potremmo forse allora comprendere appieno e godere delle Lettere dell’apostolo di Cristo Paolo, uno tra i testi letterari più sconvolgenti della cultura occidentale. Il fatto che Einaudi ne riproponga una nuova edizione, la prima di un editore laico in Italia, che questa edizione sia curatissima, molto ben fatta in ogni sua parte, tradotta con grande intelligenza del testo e saggezza da Carlo Carena, introdotta da uno scritto assai bello del Luzi, un impegno insomma, può significare che si possano ravvisare alcuni dei segni anzidetti, che, citando Luzi, ‟l’uomo venuto da una crisi planetaria” può collocarsi in questa nostra epoca, alimentare nuovi fuochi, sciabolare la sua profezia, il suo Evangelo, proclamare una nuova vita nella fine imminente dei tempi percorsi dall’àntiquo, tra noi, ora, qui. Come accadde già altre volte, come cinque secoli fà, quando fu la lettura paolina di Erasmo, Lutero, Calvino a sottomettere ed annientare il medio evo e a dare inizio a una nuova età. Forse. Oppure è solo un azzardo editoriale, una chicca di pregio per il Natale dell’anno 90. Resta comunque il testo, la sua complessità, i suoi eccessi, il suo enorme fascino, forse il più alto tasso di metaforicità della letteratura a noi vicina. Scritto nella lingua della gente comune, il greco della koiné, perché da tutti possa essere compreso; eppure (Renan) ‟è impossibile violare più arditamente il genio della lingua greca”. Resta comunque Paolo di Tarso. Non ci è simpatico, non può esserlo, troppo vicino a qualcosa che ci risuona dentro, troppo lontano dal nostro vivere, dal nostro intendere la realtà. Solamente possiamo attoniti constatarne le enormi contraddizioni, la forza e la debolezza; la profezia e l’intimidazione, la follia e il tormentone monocorde. Rabbrividiamo leggendone le strabilianti intuizioni poetiche e subito dopo le forzature autoritarie, lo struggimento delle paure e l’orgoglio enorme. Restiamo confusi dall’uomo che dice ‟Dopo Cristo non c’è più né uomo né donna, né servo né padrone” e poi nega il diritto a mutare lo stato delle cose. Paolo scriveva per tenere ‘legati’ a sé, al suo Evangelo, comunità, popoli, enormemente distanti tra loro e da lui. Gente sparsa per tutto il mondo conosciuto, vincolata al tenue filo di un messaggio stravolgente le loro culture e le loro vite; combatteva per tenere teso questo filo contro ogni possibile avversità fisica e umana; nel tempo dell’iniquo, nel tempo delle tribolazioni. Lo fa usando tutte le sue risorse, senza risparmiarsi in nulla. Lo racconta così San Giovanni Crisostomo, un suo grandissimo lettore: ‟Tutto Paolo subiva, e la fatica e la tristezza e la paura e il dolore e la preoccupazione e l’ignominia e tutto insieme. Pure in tutto vinceva. Come un soldato che da solo ha tutto il mondo in guerra contro di lui, e si aggira in mezzo alle schiere nemiche, senza subire gravi colpi, così è anche Paolo.... Come un atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che assedia le mura e combatte in campo aperto e guerreggia sulle navi; così usava ogni genere di battaglia, e spirava fuoco, senza essere raggiungibile da nessuno, abbracciando il mondo con il suo solo corpo e rovesciando tutti con la propria lingua.” È Paolo imparagonabile in quest’epoca, davvero troppo distante, diverso da ogni possibile noi. C’è da credere però che non ne sia impossibile la lettura, e -perché no?- la meditazione. No, male non farebbe ad esempio riflettere, al nostro modo si intende, su uno dei suoi temi più insistiti, e più sofferti: sulla grazia, il donare, la follia del dono gratuito, che ha ragione solo in sé stesso. Proprio oggi, qui, dove tutto deve servire e ogni cosa é asservita.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>