E se Truman Capote andasse a Erba? O meglio, non essendo più lo scrittore americano tra noi, se qualcuno portasse il suo libro A sangue freddo sul luogo del quadruplice delitto? E ne ricavasse suggestioni? Di tipo letterario, certo, ma anche sociale e, perfino, investigativo? Arrivando, in attesa della conclusione, a qualche intermedia, ma non meno significativa conclusione? Ci pensavo mentre mi preparavo ad andare a Ferrara. Al liceo Ariosto. Invitato da un gruppo di quelle insegnanti volonterose che ancora fanno sembrare la scuola qualcosa di diverso da un lavoro malpagato in un parcheggio mattutino per adolescenti. Al punto da inventarsi qualcosa: il libro galeotto. Ovvero un autore indica un libro che l’ha segnato, gli studenti lo leggono e poi ne parlano insieme. Avevo scelto "A sangue freddo". E mentre lo rileggevo per prepararmi all’incontro qualcosa di simile a quanto descritto quarant’anni fa nel libro accadeva a Erba. Così quando ho conosciuto questi studenti (soprattutto, studentesse) non prevedibili (poca tv, molto cinema, poche chiacchiere e molti pensieri, domande tipo: ‟Che cosa è per lei l’onore?”) ho chiesto loro di aiutarmi a spedire Truman Capote a Erba. Perché uno dei problemi, come si vedrà, è che chi è là non l’ha letto. Anzitutto: quali sono i punti in comune tra i due eventi? ‟C’è un omicidio”, risponde un ragazzo con il maglione bianco. Per la precisione ce ne sono quattro, sia qua che là. Entrambi in ambito familiare (qui una donna, sua madre, suo figlio, la vicina, là due genitori e i loro due figli). Due massacri. Entrambi in autunno inoltrato, in vista delle feste natalizie. Quattro vittime, dunque. Chi può uccidere quattro persone? Chiediamo a Capote. Nel suo libro, che riferisce fatti e pensieri reali, se lo domanda lo sceriffo locale, Al Dewey. Una ragazza legge: ‟Al momento Dewey era alquanto incerto in proposito. Stava ancora considerando due idee: l’ipotesi di un assassino o di due assassini. Secondo la prima il criminale doveva essere un amico della famiglia, qualcuno che sapeva che le porte venivano chiuse raramente a chiave... Poteva essere andata così, era possibile, ma Dewey ne dubitava”. Perché pensa che almeno i due maschi avrebbero reagito ed era ‟difficile immaginare che un uomo solo, armato o no, riuscisse ad avere la meglio”. Dunque ‟come molti suoi colleghi” propende per la tesi dei due assassini. E in questa direzione indaga. Tant’è che quando viene sorpreso nella casa della strage un tipo sospetto, con piccoli precedenti e un’arma dal calibro identico a quella del delitto lui non crede possa essere il colpevole, fa una verifica e lo scagiona. Non era lì, non è colpevole e non può essercene uno solo. La domanda è: perché, invece, la sera del delitto di Erba gli inquirenti (e, nella scia, i media) hanno creduto subito che il colpevole fosse il marito (tunisino) della donna uccisa? Benedetta ha una risposta: ‟Perché ormai la maggior parte dei delitti avviene in famiglia”. Giusto. Ma non sufficiente. La sua compagna Bianca ha una parola, una sola: ‟Pregiudizio”. Ovvero, se il marito non fosse stato tunisino (con qualche precedente) forse si sarebbe aspettato un attimo (fatto di almeno ventiquattro ore) ad accusarlo pubblicamente. Tu, ragazza in nero di nome Giovanna, che già rubasti nel supermercato, perché un’ora fa hai ucciso tua madre? ‟Ma io mi chiamo Giulia, non ho mai rubato e un’ora fa ero qui a parlare di Capote”. Appunto. Fa la sua differenza. Lo sceriffo Dewey ha una gran voglia di scoprire i colpevoli, era amico delle vittime, la famiglia Clutter, del signor Clutter, non dorme ossessionato dalla sua morte, ma non per questo crede alla colpevolezza del vagabondo con il fucile calibro 12. ‟è vero quel che abbiamo sentito?”, gli chiedono. ‟Dipende”. ‟Di quel tipo che avete preso? Che girava nella casa dei Clutter? Che è lui il colpevole. Ecco che cosa abbiamo sentito”. ‟Credo che abbiate sentito male”. ‟Beh, allora perché non beccate quello giusto?” Perché non è facile. è più facile beccare quello/i sbagliato/i. Scosso dagli insulti dei suoi compaesani lo sceriffo va a sedersi per riflettere nella casa della strage, cullandosi sulla sedia a dondolo della vittima. Quale è stato il movente, si chiede. Rispondendosi: ‟Un odio psicopatico”. O forse: ‟Odio e rapina insieme”. Gli inquirenti di Erba rispondono: ‟L’odio di uno psicopatico”. ‟Quello di un innamorato deluso”. Perfino, dando retta al marito tunisino: ‟La vendetta dei calabresi che subirono uno sgarro durante una partita di calcio in carcere”. Ragioniamo, ragazzi. Lo psicopatico è l’estrema risorsa, la soluzione illogica quando una logica non si trova, ma non per questo deve mancare. L’innamorato deluso: voi ve lo ricordate ancora un amore che non frequentate da almeno tre anni?”. Coro: ‟Noooo!”. Quindi non vi verrebbe di accoltellarlo o, nel caso, lo aspettereste da solo, senza far fuori l’intera famiglia? ‟Ma proprio nel caso...”. E lo sgarro giocando a calcio? ‟Significa che se fan fuori la famiglia Materazzi è stato Zidane?”. Non scherziamo. C’è stato un massacro e anche lo sceriffo può sbagliare. Perché include per forza nel movente l’odio, invece è una rapina e basta. Solo che non può saperlo, perché non manca nulla, perché i due balordi erano venuti per svuotare una cassaforte che non c’era e se ne sono andati con un bottino irrilevante e irrilevabile ‟tra i quaranta e i cinquanta dollari”. E se anche a Erba il movente escludesse l’odio? Certo, le coltellate, quel gran numero di coltellate, fanno pensare che sia proprio così, ma bisogna sempre ammettere che le cose non siano come appaiono. Perfino quando la traccia giusta porta ai colpevoli lo sceriffo ammonisce: ‟Ricordate, c’è la possibilità che questi due siano innocenti”. Non ci crede, ma lo concede. è così che arriva in fondo: mai dando nulla per scontato. A costo di mettersi contro il suo paese, che si chiama Holcomb, sta nel Kansas e assomiglia a Erba, che sta in Lombardia. Che razza di posto è Holcomb? Risponde Giacomo, beato tra le donne del gruppo di lettura: ‟Un posto qualsiasi. Dove tutti sanno tutto di tutti. Molto religioso”. Erba: un posto come tanti, dove a giudicare dalle trasmissioni televisive tutti sanno tutto di tutti o, almeno, dei Castagna (‟Lei li consoceva?”, ‟Certo”, ‟E che cosa ricorda?”, ‟Che lavoravano molto, erano molto religiosi, poi la figlia ha voluto sposare quello”). Com’era il capofamiglia Clutter? Risponde Giulia, che Capote lo ha adorato: ‟Un uomo piuttosto ricco, che si era fatto da sé, molto pio, stava nel consiglio della Prima Chiesa Metodista”. Il capofamiglia Castagna, scampato alla strage è un uomo piuttosto ricco, che si è fatto da sé, molto pio, iscritto a una confraternita. In questi due universi se non di beatitudine di tranquillità arriva un giorno lo sconquasso. Narrativamente la storia di Erba ha un elemento in più e uno in meno rispetto a quella di Holcomb. Quello in più? Arianna che scrive thriller: ‟Il marito tunisino”. Lo sconquasso anticipato. La figlia che abbraccia un ‟altro” e un’altra religione. Scomunicata per tre anni dagli uomini della famiglia. Quello in meno? Un coro: ‟Non si conoscono i colpevoli”. Esatto. Non sappiamo chi è stato. Ma Truman Capote partì senza conoscere Perry e Dick, i balordi assassini. Lo guidò la sensazione che quel massacro in Kansas potesse divenire un grande articolo, senza sospettare che sarebbe diventato un libro (per molti e soprattutto per lui) definitivo. La storia di Erba è già allo stato attuale il nocciolo del romanzo sull’Italia contemporanea: provincia, iniziativa privata, famiglia, ribellione, immigrazione, amore, morte. Che cosa altro occorre? Capote, che era perfido, a un certo punto riporta la testimonianza di un tizio del posto, tal Larry Hendricks ‟un’insegnante d’inglese, aspirante scrittore, con un’aria da letterato” a cui ‟la maggior parte delle idee per i racconti venivano dai giornali”. Non pubblicò mai niente. Si ispirava alle notizie strampalate. Quando accadde il grande fatto non se ne accorse, lasciandolo a Capote. Un’occasione perduta. Poi il delitto di Erba avrà una soluzione, come quello di Holcomb. E magari sarà vera una delle attuali supposizioni degli inquirenti. Tuttavia "A sangue freddo" consiglia di non limitarsi a guardare vicino. ‟Gli assassini sono tra noi”, dicono solitamente i parroci ai funerali delle vittime di questi crimini. Gli sterminatori della famiglia Clutter venivano da lontano, invece. Avevano viaggiato ore per arrivare lì e subito erano ripartiti. La distanza protegge, i sospetti hanno le gambe corte. Ma non è detto che arrivino al traguardo giusto. La domanda è: che cosa sarebbe più difficile da affrontare? Ricordate che cosa prova la gente di Holcomb quando scopre che i criminali vengono da fuori? Lo sa Giacomo: ‟Sollievo”. Ora, a Erba abbiamo due possibilità: gli assassini sono tra loro o vengono da lontano, molto lontano, con altra cultura e diversa fede. è paradossale, ma la seconda è l’ipotesi che spaventa di più. La prima ti costringe a guardarti dentro e intorno. La seconda a fare i conti con una frase. L’ha detta un parente delle vittime. Questa: ‟Sterminarli tutti, quelle facce di cioccolato”. è una frase straordinaria. Quest’uomo cerca di controllare la rabbia. La sua censura agisce sulla parola che ritiene più grave. Non dice infatti (ogni liceale ha capito quel che intendeva) ‟facce di merda”. Dice ‟di cioccolato”. Ma non si frena sullo ‟sterminarli tutti”. Non ci riesce. O lo trova meno grave o lo trova inevitabile. Il suo cervello interviene sulla seconda parte della frase, non sulla prima, lì domina il fegato. Uno dei balordi assassini legge nel braccio della morte la lettera ai giornali di un sacerdote. E’scritto: ‟Perché quei figli di cane stanno ancora mangiando il denaro dei contribuenti?”. E’un ministro di Dio, eppure vuole vendetta. Se poi il colpevole ha la ‟faccia di cioccolato” quanto vasta la si pretenderà? ‟Sterminarli tutti”? A sangue freddo?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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