Il destino dei personaggi pubblici in Italia è di assomigliare, sul finire, alle caricature che ne ha fatto la satira. Berlusconi sembra ormai prigioniero di una macchietta radiofonica di Fiorello, ‟lo smemorato di Cologno”. Nega d’aver perso le elezioni, non ricorda più quanti anni ha, rovescia sul governo Prodi rimproveri che nel suo caso dovrebbero essere piuttosto rimorsi. Con una cospicua ma non sorprendente dose di coraggio, il capo dell’opposizione scopre oggi che il ricorso alla fiducia sulla legge finanziaria è ‟un attentato alla democrazia”. Soltanto quando vi ricorre il centrosinistra. Quando governava la destra, la fiducia era un’immacolata prassi democratica, normale routine. Con la più larga maggioranza parlamentare degli ultimi cinquant’anni, il governo Berlusconi aveva posto la fiducia sulla finanziaria fin dal 2001 e da allora non ha mai smesso. Il ministro Chiti le ha contate: tredici. Una nel 2001, cinque nel 2003, tre nel 2004, quattro nel 2005. Lo smemorato sostiene anche di non aver mai subito un declassamento da parte delle grandi agenzie di rating e non è vero nemmeno questo. Nel 2003 e poi nel 2004 Standard & Poors e Fitch cominciarono a declassare il debito italiano, per la prima volta dopo undici anni. D’altra parte chiunque, perfino Bondi e Schifani se non fossero pagati per strombazzare il contrario, può capire che la causa principale dell’ultima clamorosa bocciatura risiede nella dissennata gestione della finanza pubblica nel quinquennio berlusconiano, nella finanza creativa o furbastra di Tremonti, nel mix micidiale di crescita zero, perdita di competitività e aumento della spesa. Cinque anni di dilettantismo allo sbaraglio, persi in chiacchiere e tagli dei nastri. È una fortuna di Prodi, magari l’unica, disporre di un capo dell’opposizione come il Berlusconi formato Fiorello. Un leader più preoccupato di tenere la presa ideologica sulla sua parte che non d’inventarsi un’opposizione efficace. È invece assai dubbio che sia un bene per il Paese. La sensazione dei normali cittadini è che in qualche modo l’intero quadro politico sia dominato dall’ossessione del passato. Si capisce bene che lo sia la destra. L’avventura è finita, l’epopea del berlusconismo si è compiuta con gli anni del governo ed è difficile se non impossibile immaginare il ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi. Per una destra ancora legata mani e piedi alla figura dominante del suo demiurgo tanto basta e avanza per campare di ricordi, trasfigurando in eroico il mediocre trascorso del quinquennio governativo, ricorrendo a vecchie barzellette e al ferrovecchio dell’anticomunismo, nella quotidiana e oramai nostalgica manutenzione del mito berlusconiano. L’unica vera opposizione che la destra è in grado di garantire oggi, al di là delle sparate da comizio, è il boicottaggio parlamentare della riforma televisiva. Più misteriosa è l’ossessione del passato che attanaglia l’Unione, chiamata a governare i prossimi anni. La legge finanziaria è quel che è. Una cura da cavalli somministrata da un medico reticente, che ha paura di parlare chiaro al malato. E’accettabile soltanto come rimozione delle macerie accumulate dal precedente governo. Ma dal cambio di governo gli elettori si aspettavano molto di più, un cambio di stagione, un voltar pagina in ogni settore della vita nazionale che ancora non s’è visto. Al massimo, annunciato da un paio d’inziative subito stemperate in un’orgia di compromessi. Gli elettori del centrosinistra probabilmente non si ribelleranno. Hanno la pazienza di Giobbe e poi ci pensano le uscite di Berlusconi a rinfocolare il patriottismo unionista. Si limitano a gonfiare nei sondaggi l’area dello scontento. Chi invece non ha pazienza sono i mercati. L’immagine dell’Italia è tornata a essere inaffidabile. E’l’immagine di una nazione in declino, che ogni anno perde quote di mercato e aumenta il livello delle importazioni, vive insomma al di sopra dei propri mezzi e s’arrabbia moltissimo se qualcuno lo fa notare, non è capace di tagliere le spese e ridurre il gigantesco debito. Una nave che non riesce a cambiare rotta, a prescindere da chi il capitano sul ponte di comando.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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