Nel mazzo di carte dei dissidenti arabi, con cui i regimi continuano a giocare indisturbati, ci sono soltanto due di picche. Ibrahim al Sahari è uno di loro. C'incontriamo all'ordine degli avvocati del Cairo: così se lo arrestano di nuovo, almeno un legale avrà assistito, questa volta. Ci sono un baracchino di bibite e sedie di plastica sparse nel cortile. Le valigette dei penalisti, appoggiate a terra, sono cartelle trasparenti, come quelle degli scolari. Portano abiti dimessi e, alcuni, ciabatte: il foro non crea prìncipi. Ibrahim ha una borsa di tela sotto il braccio. Contiene un giornale, il suo, e un libro, anch'esso suo. È socialista, scrive su un quotidiano, ha pubblicato un saggio. L'hanno arrestato e torturato per questo. Ha qualche segno addosso, altri, più profondi, dentro. Ha paura per la notte, non della, per la notte: questo lo spiega dopo.
La prima volta che arrestarono Ibrahim la guerra all'Iraq non era ancora cominciata. Soltanto questione di tempo, però. Lui aveva scritto "Un'altra guerra per il petrolio e l'egemonia". I governi arabi si dichiaravano contrari all'attacco. Ibrahim era contrario all'attacco. I governi arabi non si mettevano d'accordo, si rivelavano deboli e sottomessi a Washington. Ibrahim scriveva che non si mettevano mai d'accordo, erano deboli e sottomessi a Washington. Avere opinioni è lecito, esprimerle no. Se la racconti, la realtà comincia a esistere.
La seconda volta che arrestarono Ibrahim la guerra all'Iraq era finita. Da tre giorni la statua di Saddam era stata abbattuta. Venti uomini armati fecero irruzione nella sua casa alle due di notte e lo portarono via. La moglie e la figlia rimasero sulla soglia. La procedura fu la solita, raccontata da tutti quelli che hanno la fortuna di uscire. Prima tappa: State Security. Senza più vestiti, bendato, in cella. Lamenti in sottofondo, qualche colpo addosso, nessuna spiegazione. La legge d'emergenza dell'81, prorogata di tre anni in tre anni (l'ultima volta a febbraio) non richiede motivazioni, non consente assistenza giudiziaria. Seconda tappa: carcere. Dove aspetti, non sai cosa e non sai per quanto. Ibrahim dice che stava meglio quando arrivava la notte, perché notte, Layla, è il nome di sua figlia. Layla girava per casa, cercando qualcosa che era scomparso senza che avesse capito come era potuto succedere. Imparò a dire la prima frase di senso compiuto. La frase era: "Rivoglio papà". Sua madre, Hala, lo raccontò in una lettera aperta ai giornali, dal titolo: "Basta con lo stato di polizia". Due colleghi di Ibrahim iniziarono lo sciopero della fame per la sua scarcerazione. Perfino il sindacato dei giornalisti, che ha sede in una specie di mausoleo a fianco di questo cortile dove stiamo seduti, dovette togliersi i panni di Ponzio Pilato. Prima di farlo uscire riportarono Ibrahim nella cella di partenza. Gli ritolsero i vestiti, gli rimisero la benda e legarono le mani. Qualcuno entrò. Qualcuno lo colpì, qualcun altro parlò. Lui ha riconosciuto due voci. Mi fa scrivere i nomi. "Nel caso", dice. Gli dissero che fin lì avevano scherzato, quel che aveva avuto era stata soltanto una "tirata d'orecchi". La prossima volta avrebbero fatto sul serio. Lui pensava di poter resistere, è un errore diffuso: basta avere una causa più importante della propria vita. Ma tutti i torturatori sanno che esiste qualcosa più importante anche di quella causa. La voce dal buio disse: "La prossima volta violenteremo tua moglie e rapiremo tua figlia, Layla". Ibrahim è, per il momento, un uomo libero e liberamente parla, ma è, anche, spaventato. Non ha paura per sé, ma per "la notte".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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