Beirut - Al momento della preghiera il sacerdote della cattedrale cristiano maronita di San Giorgio alza gli occhi al cielo, ma più che invocare il Signore esprime la sua incapacità di tollerare oltre il rumore delle scavatrici, l' ombra delle gru e il pensiero di quel che verrà: la voce del muezzin a coprire il suono delle campane da quello che sarà il più alto minareto del Medio Oriente. Stanno costruendo, addossata al fianco della chiesa, una moschea. No. Stanno costruendo «LA» moschea: la Moschea Grande, l' immenso edificio che spezzerà i fragili equilibri architettonici, religiosi e politici di Beirut e dell' intero Libano. Siamo nel centro di Beirut. Dopo la fine della guerra civile l' hanno faticosamente fatto risorgere dalle ceneri. Ci sono libri in cui le fotografie cambiano spostandole sotto la luce, da com' era a com' è, e sembra incredibile che ci siano riusciti. Molti criticano l' effetto: troppo Disneyland, troppi negozi chic e uffici ad alti costi che coprirebbero riciclaggio di denaro e speculazioni. Molto esibizionismo e poca anima. Almeno, è una città risorta. E, nel farlo, ha cercato di rispettare il passato cancellato dalle bombe, ma non dalla memoria: un palazzo dove c' era un palazzo, una chiesa dove c' era una chiesa, una moschea dove c' era una moschea. Con un' unica, gigantesca eccezione: la Moschea Grande che sta venendo su dove non c' era nulla, nella terra che circondava lo storico epicentro della cristianità di Beirut. Adesso ci sono impalcature e muri ogni giorno più alti, fari per consentire il lavoro nell' oscurità, quattro torri che non smettono di crescere e, nel cartellone sulla strada, l' immagine finale della moschea che eclisserà la cattedrale. Un' associazione islamica possedeva un edificio in quello spazio e su questo si è basato il presunto fondamento legale dell' operazione. Il resto della terra è stato comprato con il generoso finanziamento (due milioni di dollari) di un principe saudita: Walid bin Talal. E' amico e partner del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. E' l' uomo che offrì a New York dopo l' 11 settembre l' assegno milionario rifiutato da Rudolph Giuliani. Ha, anche, la cittadinanza libanese. Si dice che punti alla poltrona di primo ministro, occupata dal sunnita Hariri. Hariri è, invece, un clone di Berlusconi. Ha fatto fortuna nel ramo immobiliare. Poi si è comprato una televisione. Non passa giorno senza che l' opposizione lo accusi di corruzione. Ha, anche, la cittadinanza saudita. Quando il comitato sunnita, presieduto dal gran mufti Kabbani, ha deciso di prendere in carico la costruzione della Moschea Grande, Hariri lo ha spalleggiato. Ha trovato il quintuplo del finanziamento di bin Talal e lo ha messo a disposizione. Ha provveduto anche un quotato architetto giordano, che ha fatto il progetto. Hariri l' ha visto e approvato. Poi l' ha sottoposto a Kabbani. Kabbani è un religioso che si è opposto ai fondamentalisti. Poi, di suo, ha chiesto di processare Bush e Blair per crimini contro l' umanità, ha invitato la gente a combattere «contro quei due terroristi, perché è un dovere religioso», ha proposto di boicottare i prodotti della Disney. Kabbani ha guardato il progetto su carta della Moschea Grande e non l' ha trovata abbastanza GRANDE. L' ossessione per la dimensione degli edifici religiosi da parte dei musulmani è speculare a quella degli affaristi occidentali per i grattacieli. La battaglia per il minareto più alto o più originale rispecchia i deliri di grandezza che ci hanno dato l' Empire State Building con la sua antenna a sorpresa, le guglie scintillanti del Chrysler o le torri siamesi di Kuala Lumpur. La presunzione di ergersi verso il cielo rinfacciata dai fondamentalisti che le hanno abbattute alle Torri Gemelle di New York trova corrispettivi negli otto minareti a forma di mitra e di rampa lanciamissili voluti da Saddam per ricordare la «madre di tutte le battaglie» o in quel moncherino di trenta metri che resta a Khiva, in Uzbekistan, dove il superbo Mohammed Amin Khan avrebbe voluto il padre di tutti i minareti. Qualcosa del genere Kabbani sognava e questo avrà. Hariri non se l' è sentita di frenare i desideri del capo della sua stessa comunità religiosa. Una sola voce si è levata dall' interno, quella dell' imam Khalid Osman che, durante una funzione del venerdì, ha detto: «Questo potrebbe essere il mio ultimo discorso, ma non posso fare a meno di dire che la Moschea Grande è contro la legge e noi dobbiamo opporci». Poi ha taciuto. I responsabili della comunità maronita hanno chiesto se non era possibile costruirla altrove, ma non sono stati ascoltati. La storia delle religioni è lastricata di funesti duelli architettonici: Gerusalemme ne è la più sofferente testimonianza. La moschea Omayyad a Damasco sorge sul sito che fu di una cattedrale cristiana (però il minareto più alto è dedicato a Sidi Aissa, alias Gesù Cristo). Costruire, come si è fatto e si sta facendo, moschee enormi e minareti tra le nuvole a Casablanca o Abu Dhabi ha un significato. Farlo a Beirut ne ha un altro: spezza una tregua non dichiarata, un tentativo di mantenere i contrasti sotto la soglia di visibilità. L' intero Libano è regolato da una sorta di Cencelli religioso. Regola la vita: il presidente è maronita, il primo ministro sunnita, il capo del parlamento sciita. Regola la morte: quando, il mese scorso, hanno nuovamente eseguito condanne capitali, hanno portato davanti al muro e sulla forca, nella stessa fredda mattina, tre prigionieri, un cristiano, un sunnita e uno sciita. Regola, perfino, quel che accade dopo la morte: un amico cristiano mi ha raccontato che, rimasto orfano del padre funzionario di Stato, attese invano per due anni il previsto sussidio del governo. Conosciuto un ministro, gli chiese spiegazioni. Quello si informò e rispose: «Stanno aspettando che muoia un funzionario musulmano pari grado per erogare due sussidi identici». L' ultimo censimento risale al 1932 e dichiara pressoché equivalenti le due confessioni religiose. Non se ne è più fatto un altro per non alterare con la verità quell' equilibrio. La Moschea Grande sta nascendo per affermare che così non è più e mettere davanti agli occhi di chi guarderà Beirut una raggiunta superiorità numerica, destinata a diventare politica.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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