Due o tre cose che ricordo della Serbia di Milosevic al tempo della Telekom, appena sette anni or sono. A beneficio degli smemorati, dei Volta & Gabbana e di chi è nato dopo di allora.
Milosevic. Alto dirigente della Jugoslavia comunista convertito al nazionalismo più truce. Riciclato tale e quale a tutti gli altri volti "nuovi" dei Paesi post-comunisti, in primis l'amico Putin. Con una differenza: mentre l'amico Putin faceva il lavoro sporco del Kgb, Milosevic faceva il lavoro pulito a New York, in qualità di banchiere di stato presso il Fondo monetario internazionale. Ricordiamo che la Jugoslavia di Tito era un partner privilegiato dell'Occidente, membro autorevole dei Paesi " non allineati", avversata dal blocco comunista, finanziata con generosità per questo motivo dall'Occidente, conservatore o democratico che fosse. Al tempo del Fmi, in questo suo ruolo di uomo pragmatico e in confidenza con l'Occidente, Milosevic si è fatto molte amicizie politiche e professionali, compreso Lamberto Dini, poi diventato ministro del primo governo di centrodestra, poi primo ministro del suo e infine ancora ministro di quello di centrosinistra. Immagino che questa sua amicizia, o conoscenza, fosse molto apprezzata nelle relazioni con la neonata Serbia.
Dayton. Dayton è una ridente località degli Usa dove nel 1996 sono stati firmati e poi ratificati gli omonimi accordi sotto gli auspici e la mediazione degli ospiti di casa, gli americani. Questi accordi sancivano di fatto la fine della guerra civile di Bosnia e dei contenziosi tra le altre Repubbliche della ex Jugoslavia. Il 1996 fu forse l'anno degli ultimi massacri serbi in Bosnia e di quelli croati nelle Kraine serbe. Si disse basta. E parve che Dayton fosse un accordo abbastanza equo da durare in eterno. A sentire gli americani e gli europei. Dayton fu salutato come un evento di portata storica. Newsweek dedicò la sua copertina a Milosevic con lo ‟strillo”: ecco l'uomo che darà la pace ai Balcani in sei mesi. Milosevic era l'uomo su cui puntare, il più accreditato presso tutte le cancellerie e i partiti di destra, centro e sinistra di America e Europa. Chiedete agli uomini politici di oggi le loro dichiarazioni di allora.
I rompiscatole. Gli unici che non vedevano la santità di Milosevic e l'equità di Dayton furono un pugno di pacifisti di tutta l'Europa ed alcuni diplomatici che conoscevano gli uomini e la storia. Nell'inverno del 1996 si tennero le elezioni in Serbia e i pacifisti, quelli che secondo gli editorialisti che la sanno lunga non sono mai dove devono essere, erano a Belgrado a manifestare con l'opposizione democratica per elezioni veramente libere. Quelle elezioni libere non furono e Milosevic vinse grazie a brogli, malversazioni e una enorme disponibilità di risorse finanziarie. Quei soldi il governo Milosevic li ottenne con crediti internazionali che facevano parte del pacchetto Dayton. Servivano a incoraggiare la democrazia e stabilizzare l'economia della Serbia.
Per tutto quell'inverno, inutilmente intellettuali, militanti pacifisti, diplomatici di tutta Europa supplicarono i rispettivi governi di dare una mano all'opposizione democratica. Vedevano la vera faccia di Milosevic, vedevano i punti deboli di Dayton. Nessuno diede loro retta. Non a sinistra, non a destra. A voler essere pignoli la destra – tutta la destra, non solamente l'Incredibile Hulk padano – era addirittura entusiasta di Milosevic, in Italia come altrove.
Milosevic rimase l'interlocutore privilegiato dell'Occidente fino a un giorno prima della guerra del Kosovo. Primavera 1999. Da lui i governi occidentali tollerano ogni cosa perché, dal loro modo di vedere, che non cambia mai, ogni cosa è tollerabile in cambio di quella che a loro pare sia la stabilità. Fino a che, con uno stile che conosciamo molto bene, all'improvviso gli Usa decidono che non ne vogliono più sapere. In Francia, a Rambouillet, si mette Milosevic con le spalle al muro: non ha saputo garantire la stabilità che aveva promesso. Gli si intima di firmare un accordo che era una presa in giro degna di quelle di Milosevic. E Milosevic diventa, non solo per quegli scassapalle dei pacifisti, un criminale che va punito. E lo si punisce con una guerra che farà molte distruzioni, ma salverà lui, finché la tanto snobbata opposizione democratica non riuscirà a sbarazzarsene per conto suo, due anni dopo la fine della guerra. In una pace che nel Kosovo è ancora garantita con un notevole contingente militare internazionale. Per inciso, oggi come oggi in Kosovo non c'è più un serbo a pagarlo oro, e quella guerra fu condotta perché in quel Paese potessero civilmente convivere albanesi e serbi. Per inciso, molti di quegli intellettuali democratici e pacifisti che avevano preso le manganellate della polizia di Milosevic nell'inverno del '96, in quello del '99 erano, doverosamente, sui ponti di Belgrado a vedere venir giù le bombe dell'Occidente rinsavito, quel genere di bombe intelligenti che hanno risparmiato i cattivi e severamente punito la brava gente.
Visto in questo contesto, cioè senza dimenticare la storia, senza far finta di non sapere, l'acquisto della Telekom Serbia fu certamente un buon affare. La somma poteva anche essere un prezzo politico, ma il grande business internazionale era e resta composto di soldi e politica. Lo è il prezzo del grano che i contadini americani vendono alla Russia di Putin e vendevano all'Urss di Breznev, quello delle pietre preziose o dell'uranio che i francesi di Giscard d'Estaing e quelli di Mitterand compravano dai dittatori africani Idi Amin o Bokassa. L'acquisto di Telekom Serbia è uno degli effetti degli accordi di Dayton. Per gli americani significava stabilire una relazione di preferenza con un paese che, alla loro lungimiranza fallace, pareva un paese emergente, pronto a nuovi e più lucrosi affari. Agli occhi delle compagnie di telefonia americane, e agli occhi del presidente Bush, è sicuramente un buon affare aver arraffato la gestione delle comunicazioni dell'Iraq ‟liberato”. Chissà se fra tre o quattro anni si rivelerà ancora un buon affare. Di soldi e politica.
Poi ci sono le tangenti. Sono pronto a lasciarci una mano che Milosevic, la ‟famiglia”, abbia voluto la sua parte. Come la voleva la ‟famiglia” Eltsin e la vuole la ‟famiglia” dell'amico Putin. E tanti altri eroi della nuova stabilità mondiale. Se hanno intascato denaro anche i nostri governanti, lo verremo presto a sapere. Continuo spasmodicamente a credere che esista una giustizia al mondo. Ma so per certo che la verità delle cose non la verrò a sapere dalla voce del signor Bondi, portavoce di Forza Italia. Quell'uomo vive in una invidiabile condizione di visione mistica perenne, dove realtà e desiderio, sogno e storia si confondono mirabilmente in un meraviglioso universo psichedelico.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>