Cena tra giornalisti al ristorante bunker Yabani, sotto il livello della strada di Beirut. Qualcuno è in partenza per Gaza, e chi c'è stato da qualche mese fornisce un elenco di contatti. Alla fine aggiunge: "Prendili con beneficio d'inventario, non so quanti siano ancora vivi, erano tutti sulla lista degli aspiranti suicidi". Poi precisa: "Comunque i nomi con a fianco l'asterisco sono del genere disposto a mettere su il teatrino: si fanno riprendere con la cintura esplosiva, le bandane con la scritta del martirio, le solite cose che funzionano sempre". Qualcun altro è appena tornato dall'Iraq, e gli si legge negli occhi che non vede l'ora di ripartire: là ci sono action, prime time, i dollari di Bremer. Beirut è solo la zia di Bagdad, passata dal chirurgo plastico. Chiedono: "Tu non vieni?". Né a Gaza né a Najaf: "No, grazie. Vorrei trovare un posto pacifico, dove si dorma serenamente". Scuotono la testa: siamo nella parte del mondo meno indicata. Poi lo stringer che sa tutto scrive qualcosa su un foglietto e me lo passa. Lo guardo perplesso, ma lui annuisce. E il giorno dopo parto per la Siria. Chiamo uno di quei tassisti abilitati a percorrere la via di Damasco: 50 dollari per viaggiare su una Chevrolet anni '50, con sedili di pelle blu. L'autista, George, si ferma solo per comprare quattro sacchetti di pane fresco. Non ci aspetta alcun banchetto. Quando arriviamo alla frontiera li distribuisce, e le pratiche si accelerano. Alla periferia della capitale mi consegna a un altro tassista, che mi conduce fino alla città vecchia. Scendo davanti al suq, cammino sotto le sue arcate di ferro arrugginito finché, tra i resti romani, appare la meta indicata sul foglietto dallo stringer come un'oasi: la moschea Umayyad. Ci sono moschee dove non ti lasciano nemmeno entrare se non condividi la fede nell'Islam. Altre così austere da schiacciarti. Altre ancora intrise di sacralità e furore. Entro liberamente in questa e capisco la differenza: è l'unica moschea viva. Finita la preghiera la gente ci resta. Vedi famiglie fare il picnic, bambini giocare a pallone improvvisando dribbling tra donne nero vestite, uomini fumare seduti con la schiena alle secolari colonne, saccopelisti distesi sotto i lampadari preziosi all'interno. E, tanti, dormire: sul marmo, riscaldati dal sole, o sui tappeti, russando rivolti al cielo. Mi ricordo di un film egiziano, Sua Eccellenza il ministro, in cui un politico corrotto, tormentato dagli incubi, riusciva a prendere sonno soltanto in una moschea. Non so quanti dei dormienti credano in un qualunque dio, sembrano confidare piuttosto nell'abbandono che è preludio di una grazia possibile: l'accettazione della propria esistenza, quali ne siano i limiti e il significato. Il cortile elevato (non ridotto) a parco giochi appare proprio un'oasi. Restituisco il pallone giallo a un bambino che aveva appena mancato la porta piazzata sotto un pulpito, quando entra una processione di iraniani e attraversa in fretta il cortile, mormorando. Sembrano avere una meta precisa. "Dove vanno?", chiedo a una guida. "Al luogo dove, credono, è conservata la testa di Hussein", il nipote di Maometto decapitato dai sunniti a Kerbala. Ascolto il loro mormorio alzarsi. Distinguo, nella litania, la parola martirio. Anche qui. La guida dice: "Se è cristiano e preferisce, abbiamo anche la testa decapitata del vostro San Giovanni Battista". Mi allontano. I bambini sono spariti. Il muezzin invita alla preghiera dal minareto di Gesù, dove, dicono, apparirà il giorno del giudizio. Dall'urgenza del richiamo, l'appuntamento pare prossimo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>