In verità la prima volta che sono andato a Cuba è stato per andare a fare i bagni nel Caribe popolare, visto che costava di meno e ci voleva meno tempo che a traghettare in Sardegna. Era il 1992; ho fatto i bagni, ho mangiato riso e fagioli e bevuto ron, ho chiacchierato del più e del meno circa la rivoluzione, ho visitato i maggiori santuari, e ben colorato sono tornato a casa. Dall’isola a forma di caimano mi son portato via anche un ricordino. Un libro, che i libri pesano poco e a volte sono anche belli da leggere. Quel libro l’ho pagato molto caro, ma ne è valsa la pena, visto che si è dimostrato un gran bel libro. Il titolo andava benissimo per le contingenze degli anni novanta, e meglio ancora per quelle di oggi: El siglo de la luz. L’autore, Alejo Carpentier diceva e non diceva a uno ignorante come me, ma era un grande scrittore, molto grande e molto vasto; l’avrei scoperto. Mi è stato venduto da un tale all’Havana, un ragazzo che in cambio ha voluto addirittura tutti e tre i libri che portavo con me: milleduecento pagine contro duecento, prezzo molto alto. Quel ragazzo era scrittore –un bravo scrittore avrei scoperto a suo tempo- ma non aveva per l’occasione libri suoi da offrire; solo pochi, rari classici cubani, come appunto Carpentier. Nelle librerie della capitale non c’erano i suoi, non c’erano i classici; di libri non c’era che un mucchietto di quelli che nessuno voleva più. Non si stampava più letteratura in Cuba per via che non c’era più carta bastante per farlo. Quella poca, brutta e rasposa, avanzata dalla fine dell’impero del Male era giusto bastante per i libri di scuola, il giornale del governo, e i bicchierini per metterci il gelato. E l’impero del Bene imponeva prezzi da strozzino per la letteratura. E sommamente preferiva che proprio non ce ne fosse di carta, né che ci fosse nell’isola a forma di caimano, alcunché che potesse essere di qualche giovamento all’odioso Castro; per esempio l’insulina, il latte vaccino, la benzina super, gli apparecchi di radiologia, e così via.
La seconda volta che sono andato a Cuba non è stato per i bagni. Portavo con me, ben sistemato dentro le mutande, un pacchettino che non poteva rischiare di essere bagnato nemmeno con l’acqua santa del Caribe. C’erano in quella busta ventitremila us dollars, dieci più dieci meno. E non erano i miei. Non ricordo bene il perché di questa estrema cautela –si era nel 94 e tutto andava per il meglio nel mondo- se non la coscienza del fatto, per l’appunto, che non erano miei. Erano di almeno mille persone diverse. Tutte persone che si sono lasciate convincere dal fatto, non preclaro, che la gente di Cuba avesse urgente bisogno non solo di antibiotici e benzina, ma anche del suo amato Carpentier, e assieme al suo vate anche di quel giovane che me lo ha venduto, e di altri giovani valenti romanzieri e poeti; tutti rimasti lì, con i loro romanzi d’amore, di rivolta o formazione, senza un foglio di carta.
È bene ricordare chi ha dato questi soldi: vecchi e ragazzi dei circoli ARCI, due ricchi editori, diversi minuscoli librai, invisibili bibliotecari amanti di Carpentier, un trittico di colti ispanisti: quota minima un dollaro, massima mille.
E così in Cuba, nel corso di tre anni, è stata ripubblicata l’opera omnia di Alejio Carpentier, sotto la supervisone della sua esigentissima, coltissima vedova. Ho conosciuto questa donna, anagraficamente novantenne, che si è portata da Parigi all’Havana i suoi Picasso e i Klee per goderseli a lume di candela nella sua patria sotto il blocheo. Quella donna aveva conosciuto dagli anni venti in poi ogni europeo che valesse la pena per l’umanità ricordare; e se ne stava lì nella sua città abbuiata, a ricordarli a me, bella e regale, ritenendo vivere a pane e latte razionato un onore.
Assieme a Carpentier sono stati pubblicati sei giovani autori che oggi si possono rinvenire nelle collane dei maggiori editori europei. I sei erano parte di quella che là chiamano ‟la generazione senza rivoluziuone”. Il loro modo di vivere e pensare non è quello dei loro padri; né lo sono i loro miti, se pure ne hanno. Anche se non era più sovietica la carta non era un granché, ma trovo onorevole e gagliardo che si sia rotto il ferreo blocheo per portare all’isola fogli di carta ancora bianchi.
Ci fu una cerimonia alla consegna del dollarume nella sede dell’unione degli artisti. Piuttosto modesta, invero: non si trovò niente con cui brindare. Un ragazzone con i capelli lunghi alle spalle mise su una colletta e fu comprata una bottiglia di rum giovane nel bar per turisti lì sotto. Quel ragazzone è ora ministro della cultura del suo paese; dicono che non abbia dimenticato il suo apprendistato di romanziere piuttosto sperimentale, e non so se queste sue qualità letterrarie giovino alla sua gente. In ogni caso, immagino ricordandosi di questa storia, mi ha invitato a nome del suo governo alla Fiera del Libro dell’Havana. Ci andrò. È la prima volta –e credo anche l’ultima- che sono ospite di un governo. So che è un governo comunista e per giunta castrista. Cosa posso farci se non me ne dispiace?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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