L'ambasciata americana a Beirut possiede un filmato in cui si vedono alcuni uomini che furono stretti collaboratori di Saddam Hussein fare jogging sul lungomare di Ein El Messreh. Correndo si lasciano alle spalle le luci e le jacuzzi dell'hotel Phoenicia, le torri di vetro e cemento bene rifugio dei sauditi e proseguono verso il faro. Oltre, la strada sale e piega verso la zona di Raouche, costellata di alberghi a picco sul mare come il Movenpick, dove aveva preso alloggio il saudita Ihab al Bafa, arrestato mentre cenava in un lussuoso ristorante con il libanese Muhammad Sultan, organizzando una cellula di Al Qaeda smantellata prima che potesse agire. Da lì in poi corre l'autostrada, diretta verso Sidone, feudo religioso dello sceicco Mahir Hammud, l'ulema che ha mediato e ottenuto la liberazione di ostaggi filippini in Iraq, ma anche quello che ha definito Osama Bin Laden "un eroe, benché non ne condivida i metodi". Ai margini della città sorge il campo profughi di Ayn Al-Hilweh, da cui venivano i dieci uomini che volevano far saltare l'ambasciata italiana, in cui vanno i reclutatori di Zarqawi, da cui parte carne da autobomba per le strade di Bagdad. "Avete messo le mani in un vespaio, ora è meglio che le togliate e ve ne andiate". Vera o immaginata che sia, la frase che un agente dei servizi libanesi avrebbe detto ai colleghi italiani è accurata nella scelta del termine: questo è un vespaio, nascosto tra le fronde. Beirut e il Libano tornano ad essere terra di transito di ricercati e reietti. Cambiano le circostanze: non più bancarottieri in fuga come Felice Riva, ma predicatori esiliati da tiranni secolari e mujahiddin in cerca di reclute da addestrare. Nel suo libro Imperial Hubris il funzionario della Cia Michael Scheuer scrive: "Al Qaeda è venuta in Libano per avere una base operativa vicina ai teatri di guerra palestinese e iracheno. Da questa posizione può mandare combattenti in Iraq attraverso Siria e Giordania e diffondere le sue ideologie, che cominciano a fare breccia all'interno dei campi profughi, soprattutto quello di Ayn Al-Hilweh". La prima parte del progetto ha dato qualche risultato, certificato dai funerali di giovani suicidi a Bagdad. La seconda ancora arranca, frenata dalla vigilanza dei servizi libanesi e siriani. In Libano manca un potere centrale autoritario, come esiste ad esempio in Egitto, capace di imporre le maniere forti contro il fondamentalismo e stroncarlo. Esiste però una rete di controllo in grado di sorvegliare e rilevare il minimo sussulto. Questo spiega perché, a parte gli attentati minori a McDonald's e altri locali, ogni iniziativa sia stata bloccata sul nascere e ogni cellula scoperta per tempo. A frenare il proselitismo estremista interviene anche una particolarità definibile "il fattore Beirut". La città è stata, nel dopoguerra, un catino di possibilità. La sua anima corsara, l'assenza di lacci giuridici (o la facilità di disfarsene), il suo sviluppo accelerato hanno sedotto e, anche se solo in parte, soddisfatto. Qualcuno si è arricchito, tutti hanno avuto di che tirare avanti. Una costante è che il fondamentalismo attecchisce nella disperazione. Nel suo romanzo La stella d'Algeri Aziz Chouaki scrive: "è così che diventi islamista, è quando ti stufi. Di sognare, di amare, di vivere". E a Beirut, anche nella parte islamica, è facile sognare, amare, vivere: basta scendere sul lungomare, correre fino al faro e oltre la curva. Dove si diventa islamista è nei sobborghi di Tripoli e, soprattutto, nella miseria dei campi profughi, dove tutto manca, dal diritto di cittadinanza alla speranza. È lì che nascono e si combattono sempre nuove fazioni, una più estremista della precedente. L'ultima, fondata a Ayn Al Hilweh nel maggio scorso, si chiama Jund Al Sham (Soldati della Grande Siria). Il suo leader, il salafita Abu Yusuf Sharqiah è stato per anni al fianco di Abu Nidal, il terrorista misteriosamente ucciso a Bagdad alla vigilia della guerra. Lui e i suoi uomini vivono in residenze fortificate e ne escono solo scortati. Si definiscono "il gruppo salvato dal fuoco" e affermano di conoscere la strada per il paradiso. Hanno fatto proseliti soprattutto tra i fuggitivi. Con loro ci sono quelli che nel 2000 combatterono la battaglia di Dinnyah, vicino a Tripoli, tra l'esercito regolare e i fondamentalisti, durata giorni e terminata con trenta vittime, seguita da arresti e processi, per lo più in contumacia. Tra i condannati all'ergastolo, assente al momento della sentenza, anche quel Miqati infine catturato mentre progettava l'attentato all'ambasciata italiana nel cuore di Beirut. E qui il cerchio si chiude. Rischia di allargarsi dall'interno? Ahamad Musilli, professore di studi islamici all'Università americana, assicura che "l'influenza siriana è in grado di tenere a bada, come sempre ha fatto, ogni insorgere di fondamentalismo" e che "i gruppi salafiti sono e resteranno isolati rispetto alla società libanese". Il suo è un ottimismo della ragione, ma i tempi vanno riducendone l'uso con la stessa rapidità con la quale aumenta il ronzio del vespaio.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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