Di certo c’è solo che Jessica e Sabrina sono morte. Esattamente due mesi fa, nell’esplosione che devastò l’hotel Hilton a Taba. Dopo, sono state seppellite in fretta, con manciate di compassione "tutto compreso" suscitata dal loro viaggio organizzato Dronero-Sinai, sola andata. Le vittime non chiedono pietà, ma giustizia. Questa è quella che hanno avuto: l’attentato in cui sono morte insieme ad altre trentadue persone, inizialmente attribuito a una rete di organizzazioni terroristiche internazionali, è stato affibbiato a una congrega di beduini del Sinai settentrionale, contadini, tassisti, venditori di elettrodomestici, che avrebbero confezionato un ordigno di 600 chili con residui bellici e mal regolato il timer ricavato da una lavatrice arrugginita. Per confermare questo teorema accusatorio è stata messa a ferro e fuoco una città. Tremila dei suoi abitanti sono stati arrestati, donne e bambini tenuti in ostaggio per convincere gli uomini a consegnarsi, molti i torturati, gli scomparsi, quelli che non torneranno per raccontare che cosa è successo. Un bambino che aspettava la luce nella pancia di sua madre non la vedrà mai. Tutto per arrivare a una verità spendibile al mercato delle spiegazioni. Possiamo comprarla come ce l’hanno confezionata? Credere che sia la verità e accettarne i costi? Proviamo a riesaminare i fatti. La mattina del 7 ottobre una bomba devasta l’hotel Hilton a Taba. A distanza di mezz’ora e di sessanta chilometri ne esplodono altre due. La tecnica dell’attacco simultaneo a bersagli ravvicinati ma diversi ha da tempo una firma: Al Qaeda. è quello che tutti gli analisti anti-terrorismo pensano immediatamente e che gli investigatori avvalorano. A distanza di sole quarantotto ore il sito Debka.com, che solitamente si abbevera alla fonte del Mossad, il servizio segreto israeliano, titola addirittura: "è stata una co-produzione Iran-Hezbollah-Al Qaeda". Afferma che l’esplosivo è lo stesso usato negli attentati coordinati di Istanbul, nel 2003. La tecnica ricorda quella impiegata per colpire l’hotel israeliano Paradise, a Mombasa, nel 2002. Gli autori sarebbero arrivati dal Sudan. è un quadro complesso, allarmante, in parte credibile. Sembrano crederci tutti, infatti. Il ministro israeliano Shalom invita a non cercare di semplificarsi la vita accusando i palestinesi: "Qui c’è la mano di Al Qaeda". Si parla di cellule dormienti nel deserto, di tentativi, a quanto pare riusciti, di affiliazione nel Sinai, per avere appoggio logistico. Le fonti governative del Cairo e gli esperti dei centri studi strategici concordano. Passano venti giorni e il ministro dell’interno egiziano spariglia le carte e fa saltare il tavolo. Annuncia che i responsabili dell’attentato sono stati individuati: cinque sono stati arrestati, due sono morti durante l’esecuzione, uno è ricercato. Mente e braccio dell’operazione sarebbe stato Iyad Salah, un autista di origini palestinesi, proveniente dalla città di Arish, nel Sinai settentrionale. Così lo descrive, testualmente: "Era coinvolto in gruppi dalla pessima reputazione e aveva già commesso parecchi reati, da ultimo lo stupro di una ragazza caricata sulla sua auto. Negli ultimi tempi era diventato un fanatico religioso". Questo nero "bignami" biografico non può essere confermato dall’interessato: è tra i due morti nell’esplosione. Non potrà neppure confermare che il movente era la rabbia per la condizione dei suoi connazionali nei territori occupati. Né che per vendicarsi ha trovato imprevisto appoggio nella sua città. Da parte di chi? Dei beduini, naturalmente. Perché "naturalmente"? Un altro passo indietro. Solo nel 1989 l’Egitto riacquisì da Israele il controllo della zona intorno a Taba. Le tribù beduine avrebbero dovuto, in teoria, riconoscere un’altra sovranità, se mai avessero tenuto conto di questi passaggi di mano. Quel che notarono fu un altro tipo di cambiamento: sulla costa che erano abituati a considerare loro, sulle spiagge dove scendevano per dormire accampati in riva al mare cominciarono a sorgere alberghi creati dai wady, gli uomini della valle, gli egiziani. Avevano 4mila posti letto nel 1991, 32mila dieci anni dopo. E da questa nuova fonte di reddito loro, gli unici in Egitto a definirsi "arabi", restarono esclusi. Non un posto di lavoro: "inaffidabili", "incapaci di rispettare gli orari", "pigri". Per trarre un qualche profitto si proposero come cammellieri per gite nel deserto e, soprattutto, fornitori di hashish e oppio ai viaggiatori (dodici volte mi è stato offerto nel tragitto di due ore a piedi tra Dahab e Ras Abu Galoum). Nella loro cultura la soglia dell’illegalità è più avanzata. Sfugge anche perché gli hotel possano regolarmente vendere l’alcol che è ugualmente haram, peccato. Ogni traffico crea presto un racket. Questo generò la gang di Mansour Tarabin, 23 anni, figlio di uno sceicco poeta, ma più portato per il prosaico commercio di cannabis e corpi femminili. Quando, in un caffè di Nuweiba, sparò al cameriere che pretendeva pagasse il conto, lo Stato egiziano gli dichiarò guerra. Nell’estate del 2003 mandò nel Sinai torme di agenti che arrestarono chiunque portasse barba e tunica. Mansour e la sua gang fuggirono. Dove? A nord, verso la città di Arish. Ed è lì che si preparava la resa dei conti. Arish è una città di 123mila abitanti. Se ci passate adesso sembra un villaggio fantasma. Pochi camminano per le strade. Chi lo fa va di fretta. Gli uomini che circolano sono tutti rasati di fresco. Le donne, stranamente, non indossano, come erano solite fare, il niqab, il velo integrale. Dentro le case ci si dispera in silenzio, pregando per il ritorno dei tanti che sono spariti. Li hanno condotti in prigioni di cui non è stato comunicato il nome. Applicando le leggi d’emergenza in vigore dall’omicidio di Sadat (era il 1982) non è stato necessario dire perché, né per quanto tempo. Arish è la città di Iyad Salah, "il cattivo conducente", l’uomo che voleva vendicare la Palestina e ha regolato male la manopola della centrifuga. Ad Arish, poco dopo la metà di ottobre, una dozzina di giorni dopo l’attentato e prima della trionfale comunicazione del ministro, sono apparsi, nottetempo, agenti della sicurezza egiziana. Vestivano di nero, avevano le facce coperte, erano armati, urlavano ordini. Hanno arrestato centinaia di persone, occupato il paese per giorni. Sono entrati nelle case cercando qualcuno, non trovandolo hanno prelevato i parenti, aspettato che il ricercato si consegnasse per salvarli. Una delegazione dell’Organizzazione egiziana per i diritti umani si è recata giorni fa ad Arish per raccogliere testimonianze. Ne ha tratto un rapporto. Sfogliandone le pagine si leggono storie di questo genere. Parla il superstite della famiglia Mitrass: "Il 18 ottobre agenti della sicurezza vennero a chiedere di mio padre. Lui non era in città. Allora presero i suoi due fratelli. Il giorno dopo mio padre tornò e andò a chiedere notizie di loro. Non l’ho mai più visto. Ho rivisto quegli agenti, invece. Ritornarono per chiedere di un mio parente. Rispondemmo che lavora in Libia. Allora portarono via mia madre e mia sorella, che era incinta. Lei sanguinava, la rilasciarono dopo un po’. Ha perso il bambino. Dei miei genitori non ho più saputo nulla. Che cosa c’entriamo noi con le bombe a Taba? Che cosa c’entra il nostro parente che sta in Libia?". Parla Samy Maqsoud: "Mio figlio Ahmed ha avuto un bambino il 19 ottobre. Era felicissimo. Poi, una settimana dopo, l’hanno arrestato mentre giocava a pallone per strada. Ho visto mentre lo portavano via, non so dove. Dicono fosse un fanatico. Per quel che ne so io tutto quel che fa è pregare regolarmente. è reato?". Hanno, dicono, strappato copie del Corano dalle mani, veli dai volti, barbe dai menti. Chi è stato in prigione e ne è uscito racconta di corpi appesi con barre di ferro legate alle parti intime, elettrodi collegati alla carne, capezzoli bruciati. "Dovremmo bruciare tutta la città, metterla in riga!", urlava una guardia. Nel reparto femminile molte svenivano, mentre una donna continuava ad allattare il suo piccolo di tre giorni, finché non hanno cominciato a picchiarla a sangue, prima di trascinarla via. Gli interrogatori consistevano di domande non esattamente circostanziate: "Ti piace l’America?", "Che cosa pensi di quel che è successo a Taba?", "Che cosa pensi di Israele?". I racconti sono tutti registrati. Coincidono. A centinaia non possono aver inventato una persecuzione. E pochi, in Egitto, si scandalizzano. è quel che accade quando si vuole "mettere in riga una città", dare un esempio. Per che cosa? Sta per aprirsi una nuova fase nelle relazioni con Israele. Il ritiro da Gaza è imminente e l’Egitto ne diventerà il guardiano. I fuochi di guerriglia che bruciavano lì si sposteranno altrove. Dove? Il Sinai è la prima risposta. Nel vuoto, anche politico, del deserto, nell’emarginazione dei beduini, le organizzazioni terroristiche cercano di fare proseliti. Quel che è successo ad Arish è una sorta di attacco preventivo, che la storia contemporanea legittima. Non importa se il casus belli non è legittimato. è probabile che qualcuno dei suoi abitanti abbia avuto qualche parte nell’attentato di Taba, ma è ancora logico pensare a una cornice diversa, che comprenda meno mamme, bambini, emigrati in Libia. "Che cosa pensi di quel che è successo a Taba?". Che Jessica, Sabrina e le altre vittime meriterebbero giustizia e non altre ingiustizie sul dorso di un’ingiusta sorte.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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