Il mondo può essere girato in dodici ore, dal tramonto all’alba, con uno spostamento minimo eppure immenso: basta andare da Beirut Est a Beirut Ovest, in senso orario. Tutto in una notte: ogni lingua e ogni fede, ogni possibile desiderio e la sua castrazione, il progetto di essere altrove e l’orgoglio di trovarsi qui (esistere è, in parte, resistere), la guerra che continuerà finché un locale ne sfrutterà il ricordo e la pace come un oggetto di lusso effimero e trasferibile, Dio e il teorema del seno perfetto, lo sceicco dei corridori e il distratto santo protettore di tutti quelli che si sono imbarcati con il talento che avevano e, yalla! , hanno fatto rotta verso gli scogli. Per compiere questa circumnavigazione bisogna seguire due avvertenze. La prima: quando qualcuno vede la morte e le sopravvive, di solito o la butta in religione o la butta in vacca. E così, moltiplicato per quante sono le persone che l’abitano, fa una città (o le sue due metà). La seconda: quelli che se ne sono andati e poi rientrati non sono più gli stessi, non sono mai tornati veramente, stanno solamente aspettando un altro biglietto. Quel che fanno nel frattempo è soltanto un esperimento a cui non danno importanza. Per questo, sovente, riesce la cosa migliore della loro vita. Senza queste chiavi è impossibile capire veramente i luoghi di "Beirut dal tramonto all’alba", i malinconici patron che ne hanno le chiavi, gli artisti che qui si arenano e tutto il pubblico di passeggeri in transito per questo non-luogo, pura illusione ottica che da secoli a intervalli appare a frapporsi tra l’ultima distruzione e la prossima.
9 p.m.-12,01 a.m Ci sono una mappa e un’agenda dell’itinerario da percorrere in una qualunque notte a Beirut. Sono più selettive e continuamente aggiornate di quanto potrebbe esserlo a New York, Londra o Parigi. Quelle attualmente in vigore me le sono fatte dare da un ragazzo che si chiama Shahid (tradotto: martire), ha fatto il pubblicitario a Londra, è tornato per ridisegnare sorrisi che contano, ha accettato un incarico in Arabia Saudita, stracciato il biglietto quando si è reso conto, rimasto fermo un giro. Ora di giorno riscrive la storia di Abramo e di notte esce, dando la linea. Depennati da tempo locali come ‟Crystal” (residuo per "arabi", tradotto: sauditi), ‟Central” (buono per fotografie scontate) e ‟B 018” (che il macabro trash sia sepolto in terra sconsacrata). C’era una volta rue Monot, così superata che l’ultimo locale inaugurato si chiama ‟1975”, come l’anno in cui iniziò la guerra civile. Proclama la nostalgia demenziale appendendo al soffitto manichini cecchini ma colpisce soltanto reporter pigri. La strada da cui ricominciare è Gemmayzee. Ancora un anno fa era un sonnolento pre-cimitero cristiano: madonnine sul marciapiede e vecchiette sulle soglie, due fratelli armeni sull’ottantina di guardia a un negozio che esponeva da sempre le stesse tre cipolle, un detersivo e l’insegna "Qui si vende tabacco inglese" (ma non ce n’è). Adesso la nonna del negozio di lampadine (tre bulbi e la foto del papa) domanda a chiunque si affacci con l’aria da straniero: "Vuoi comprare 'sto loculo e farci un bar?". Hanno dato venticinque licenze in un anno: ‟Louie” che importa jazzisti da Manhattan, ‟Bread”, ‟Le Rouge”, ‟Dragon Fly”, gli altri che verranno e il primo che arrivò: ‟Caffè Torino”. Andreas, che l’ha aperto, è nato a un incrocio tra Libano e Germania, con nonni brasiliani e, di conseguenza, una curiosa "saudade" per tutti i luoghi che ancora non ha avuto l’occasione di scoprire e abbandonare. Ha chiamato così il bar perché la macchina per il caffè era Torino express, perché ha una foto della Mole, perché non sa bene come sia Torino. Nel bagno risuona un nastro con la voce di Malcolm X. Dietro il bancone, talora in divisa, sta un ex capitano di navi che ha solcato gli oceani intorno all’America. Davanti, il resto del mondo, senza esclusione di provenienza: una ciurma di esuli e rimpatriati, fuggitive o divorziate. A ognuno si è spezzato un sogno: americano, francese o (lo crediate o no) rumeno. Andreas li riassume in una parola: "Naufraghi. Cercano il loro posto ideale. Al momento è questo, come lo è per me. Ma nessuno è qui per restarci. Io potrei chiudere domani e andare a Città del Messico. Senza nessun rimpianto".
12,01 a.m - 2 a.m. Per proseguire non occorre andare lontano, basta salire due strade sopra Gemmayzee. Dietro una porta da garage a colori c’è la seconda tappa obbligata: ‟Club social”. L’uomo che lo ha inventato si chiama Ahmed Husseini. Discende in linea diretta dal nipote di Maometto che fu decapitato a Kerbala, creando lo scisma sciita. Mentre ristrutturava il locale ha fotografato trecento croci tatuate sui muri del quartiere. Le esporrà a Manhattan. Gli sono evidenti le analogie tra sciiti e cattolici: l’etica del martirio, l’estetica del sangue. Possiede un manichino elettronico per boxare, lo usa come finto dj, gli mette le cuffie sulla testa, la musica è preselezionata al computer. Ha una casa immensa, sul terrazzo c’è un campo da basket. Coltiva sedici varietà di basilico e una di inquietudine. Da bambino ha puntato un fucile contro Arafat per difendere suo padre, che fu presidente del parlamento. Da grande se ne andrà, tempo due mesi, a vivere a New York. La maggior parte dei giovani tritati nel ‟Club Social” vorrebbe seguirlo. Hanno già il taglio di capelli e i vestiti opportuni, camminano sul filo teso sopra quella terra di nessuno che è la cultura popolare contemporanea, globale e asimmetrica: ‟Shooting Star Academy”, la fabbrica delle stelle cadenti. I loro grandi fratelli, ma soprattutto le sorelle maggiori ballano poco lontano, in locali come l’‟Element”. Da fuori, una scatola con feritoie. Da dentro: stessa impressione (più una doccia di musica). La luce non sarebbe altrettanto generosa, probabilmente. La marea di donne post-fabbricate non apparirebbe così ipnotica mentre ondeggia sopra i tavoli, su dozzine di torri gemelle fissate alle suole delle scarpe metallizzate, sfidando la gravità del momento con la chirurgica fermezza dei seni, avendo pagato la tassa al modello unico di presunta bellezza con ristrutturazioni orali e nasali ampiamente condonate. Sono le donne che commuovono i membri dell’associazione scrittori alcolisti, presidente Pierre Mérot che ne osanna la specie in Mammiferi: "Sono quelle che portano il perizoma per disperazione, quelle che Dio ha creato per ultime un sabato sera in qualche bar malfamato e rendono il pianeta quasi sopportabile, quelle che si dibattono con fianchi lisci e sprezzanti, perché più di ogni altra creatura volevano restare increate".
2 a.m-6 a.m. Altro giro d’orologio, altro regalo della notte: il Music Hall, giù vicino al mare, è come la Banana Republic che cantavano Dalla & De Gregori: "Gli americani che espatriano si ritrovano tutti quaggiù~ tutti a caccia, una donna e via". Appena entrano, fraintendono. Vedono le donne appollaiate sul chilometrico bancone del bar e vanno per ordinarne una, ma non è così che funziona: sono qui per lo spettacolo. L’uomo che l’ha messo insieme è Michel Eléfteriades: sedicente poeta, gitano, comunista. Il locale gliel’ha passato papà, tuttavia. Lui lo percorre vestito di bianco, appoggiato a un bastone, dondolando la lunga chioma nera. Ha evitato la guerra civile ed è finito in Bosnia: ognuno ha la sua Samarcanda. Propone l’eutanasia obbligatoria per tutti a cinquant’anni. Scrive: "Dio è morto nel mio cuore e se resuscitasse lo ammazzerei di nuovo". è soddisfatto della musicale armata Brancaleone che ha messo insieme. Quella che scalda la platea è una cantante che ha passato l’ottantina. Se n’era andata negli Anni Sessanta, per amore di un fazendero brasiliano. Quando arrivarono in Sudamerica scoprì che le fazendas non esistevano, ma restò comunque. è tornata da vedova. Non credeva di saper ancora cantare. Lo zingaro di papà le ha dato un palco. Fa un brano solo, dura un quarto d’ora. La sala di trentenni e quarantenni la segue in piedi, con i brividi di una nostalgia senza fondamento. Lei uscirà portando uno strascico d’applausi. Di meglio c’è solo Tony Hanna, che di anni ne ha pochi in meno. Lui se ne andò nel ‘73, prima a Londra poi in America. Lasciò la sua Cadillac dorata parcheggiata sotto casa e quindici anni di guerra non osarono graffiarla. Divenne il re di Las Vegas. Assicurò per un milione di dollari "i baffi su cui si può posare un’aquila". Si fece fare i vestiti dal sarto di Elvis. Cambiò auto come calzini. Spese e regalò tutto quel che guadagnò. Poi, una mattina del ‘93, si alzò e sparì. Tornò al suo Paese, deciso a non suonare più, perché più non si divertiva. Eléfteriades lo ha convinto a tornare facendogli ascoltare la banda gitana dei film di Kusturica. Tony ci sentì passione e quella canta con loro. A chiudere il sipario, alle tre del mattino, è Mousbah, l’unico danzatore del ventre maschio del Medio Oriente. Musulmano sunnita e gay, non un facile accostamento da indossare. è una bella storia, ma non è un bello spettacolo. Una volta danzava, ora fa scena. Da qualunque parte del mondo, bisogna arrendersi, ha spazio chi è un caso, non un talento. E allora si esce, mentre le vasche a idromassaggio dello ‟Sky Bar” spengono le bollicine e dalle scale mobili dell’hotel Phoenicia scendono le dive a gettone, ingaggiate per spettacoli a porte chiuse. Ancora poco e nel cielo scuro si alzerà il richiamo del muezzin alla preghiera mattutina. I gaudenti si ritirano, si alzano i credenti. A volte sono gli stessi, in forma di penitenti. Il capitano del caffè Torino all’alba va spesso a dormire a occidente, al terzo piano sopra l’Università americana, all’altezza di un minareto. Quando poggia la testa sul cuscino ascolta il gracchiare della puntina sul vinile prima che venga proclamata al mondo la grandezza di Dio. Usano ancora i dischi: è l’Islam tradizionalista.
6 a.m-9 a.m. Ma il predicatore più acclamato nel giorno che sorge è lo "Sceicco dei corridori". Sale su una panchina del lungomare, guarda le migliaia di persone che si radunano lì, senza che un appello le abbia convocate, ogni giorno. Vengono per fare ginnastica, per correre verso il faro. Lo Sceicco ha quasi novant’anni, si è attribuito il titolo da sé stampandoselo sulla maglietta. Annuncia che "giorno verrà in cui tutta Beirut correrà sul lungomare e il mondo le andrà dietro". Considera i suoi corridori come un’unica entità, un corpo, un’anima. Ma loro sono individuali riscosse, si salutano soltanto se si conoscono, non si sentono affratellati dal solo fatto di essere lì in pantaloncini e maglietta alle sei. E forse non ci sono davvero, sono un’altra apparizione, di certo passeggera. La prova è che, benché sembrino migliaia, nessuna ditta di abbigliamento sportivo ha comprato uno spazio pubblicitario sul loro percorso. Sono i fantasmi della notte svanita, fuggono biancovestiti disperdendosi nella luce del sole nascente, strizzi gli occhi e non ci sono più. Al loro posto, figure scure. Tanto la notte è il regno delle femmine, quanto il giorno lo è dei maschi. La proporzione è più o meno la stessa: quattro a uno. Maschi si arrampicano sugli scogli per pescare o tuffarsi, maschi ciondolano intorno ai carrettini della colazione, maschi si sdraiano sulle panchine. Femmine velate verranno a riprenderli, bambini e adulti. Misteriosamente riportano tutti quanti a casa dal viaggio al termine della notte.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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